
Il potere del sonno: pulizia mentale e benessere psicologico
Il sonno è lo spazzino della nostra mente
Sulle funzioni del sonno ho già scritto ma torno a scrivere perché le ricerche scientifiche sono ancora in gran parte da fare e in continuazione ci danno risultati sorprendenti e molto chiari sulla sua importanza nella nostra vita.
Non ci sono più dubbi sul fatto che il sonno sia per l’organismo e per la mente un’attività fondamentale. Un sonno di qualità e un sonno adeguato sono essenziali per la sopravvivenza e per il benessere quanto il cibo e l’acqua. Il corpo desidera dormire proprio come ha fame di cibo.
Mark Wu, esperto del sonno e neurologo della Johns Hopkins, afferma che durante il sonno il cervello è impegnato in “attività strettamente legate alla qualità della vita “.
Senza sonno non potremmo mantenere e sviluppare nuovi circuiti cerebrali che ci consentono la capacità di apprendere e di memorizzare. La carenza di sonno incide sulla concentrazione, ostacola la capacità di attenzione e anche la capacità di reagire rapidamente. Infatti, durante il sonno il cervello e il corpo rimangono straordinariamente in contatto tra loro. Le modalità in cui le cellule nervose (neuroni) comunicano tra di loro durante il sonno è ancora da scoprire ma le scoperte più recenti ci indicano che il sonno svolge una funzione di “pulizia”, rimuovendo dal cervello le tossine che si accumulano durante il giorno.
Il sonno è un processo complesso e dinamico che arriva ad influenzare ogni tipo di tessuto e funzione del corpo: dal cervello, cuore e polmoni al metabolismo, alla funzione immunitaria, all’umore e alla resistenza alle malattie. Ad esempio: anche poche notti di sonno insufficiente favoriscono meccanismi molecolari collegati a un maggior rischio di problemi cardiaci (lo studio condotto all’Università di Uppsala è pubblicato sulla rivista Biomarker Research).
Le ricerche indicano e confermano che la mancanza cronica di sonno, o un sonno di scarsa qualità, rende il corpo più vulnerabile e a rischio di problemi di salute come l’ipertensione, malattie cardiovascolari, diabete, depressione e obesità.
Indagare sui processi biochimici che si attivano nel sonno è stato l’obiettivo di un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori di Shanghai guidati da Liu Danqian. Questo studio, pubblicato su Cell Metabolism a maggio 2025, toglie ogni dubbio ed è una conferma fondamentale del fatto che dormire e dormire bene sia biologicamente essenziale. Ora non ci sono più dubbi sul fatto che il sonno svolga una funzione riparatrice e di pulizia notturna del cervello. Si è accertato che questo avviene attraverso l’eliminazione dei radicali liberi nocivi derivati dall’ossigeno che si accumula durante la veglia. I ricercatori hanno scoperto che, quando i livelli di H2 O2 aumentano nei neuroni che regolano il sonno, il cervello passa alla “modalità di riparazione “, inducendo un sonno ristoratore. L’accumulo eccessivo di questi radicali liberi compromette la qualità del sonno e provoca infiammazioni. Liu Danqian afferma che la regolazione omeostatica del sonno è fondamentale e ha indagato cosa spinge il corpo a dormire e a tornare all’omeostasi. Per la prima volta è stato delineato completamente il funzionamento specifico di una molecola nel cervello. L’ipotesi era già stata formulata nel 1994 dal patologo E. Reimund. La sua idea era che i radicali liberi che si accumulano nel cervello durante la veglia potessero essere uno dei segnali che innescano il sonno e che il sonno servisse ad eliminare i radicali liberi in eccesso. I ricercatori cinesi hanno lavorato per 5 anni su questa ipotesi e l’hanno confermata. I radicali liberi sono molecole prodotte da numerosi fattori, come i normali processi metabolici, l’inquinamento e il fumo di tabacco. Poiché se si accumulano possono danneggiare il DNA cellulare sono considerate molecole dannose e responsabili di varie malattie. Molto altro del sonno e dei sogni deve essere ancora scoperto dai ricercatori ma quel che è chiaro ad oggi è sufficiente per indirizzarci alla massima cura e attenzione verso il nostro sonno. Altro che tempo sottratto alla vita!
Concludo con una piacevole constatazione: la ricerca scientifica è molto precisa e necessariamente lenta ma la sensibilità umana e la saggezza popolare spesso la anticipano in modo sorprendente.
Eccone alcuni esempi:
Henri Federic Amiel
“Il sonno è una specie di innocenza e di purificazione”
Friedrich Nietzsche
“Onorate e rispettate il sonno! Questa è la prima cosa!”
John Steinbeck
“È esperienza comune che un problema difficile la sera si risolva la mattina, dopo che il comitato del sonno ci ha lavorato sopra”
Proverbio italiano
“La notte porta consiglio”
Proverbio irlandese
“Una bella risata e un lungo sonno sono le migliori cure nel libro del medico”
Riferimenti bibliografici
Mark Wu – The Science of Sleep: Understanding What Happens When You Sleep
Liu Danqian – Hydrogen peroxide in midbrain sleep neurons regulates sleep homeostasis
Articolo scritto dalla Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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La Psicoterapia fa molto bene a tutti. Ecco perché
La consapevolezza dell’importanza di stare bene a livello psicologico, mentale, interiore, è cambiata molto negli ultimi decenni. Questo è molto positivo. In passato vedere uno/a psicoterapeuta era vissuto dalle persone come superfluo, inutile…o imbarazzante e indicativo di un problema personale grave. Ora queste idee distorte non sono del tutto superate ma c’è indubbiamente più apertura rispetto alla cura del proprio benessere interno e alla richiesta di aiuto per perseguirlo.
A questo cambiamento hanno dato forte impulso i risultati della ricerca scientifica. Le scienze psicologiche infatti, a partire dagli anni ’70, hanno approfondito l’importanza del benessere soggettivo, inteso come piacere e benessere personale legato a sensazioni ed emozioni positive. L’attenzione degli studiosi si è focalizzata sui fattori che promuovono le potenzialità, la realizzazione personale e lo sviluppo dell’individuo.
L’assenza della malattia non equivale ad un buon funzionamento. Non basta più occuparsi della malattia e della sua cura, perché l’assenza della malattia non coincide con uno stato di salute psicologica.
Il concetto di benessere mentale è ampio e si riferisce a uno stato che coinvolge un completo benessere psicologico ed emozionale che è definito da emozioni piacevoli, da un funzionamento fluido ed efficiente e da un senso di appagamento della vita.
La ricerca ha rilevato ad esempio che le persone che hanno un’aspettativa positiva nei confronti del futuro, che credono nella possibilità di raggiungere risultati positivi (ottimismo) sono più protette e meno soggette a stati di ansia, hanno una migliore qualità della vita e tendono a vivere più a lungo. Sono centinaia gli studi che confermano l’incidenza del benessere psicologico sul funzionamento organico, sulla maggior protezione dalle malattie e sulla migliore ripresa da situazioni di malattia e di criticità.
Allora diventa importante occuparsi dello sviluppo delle potenzialità, delle risorse insite nella persona, degli aspetti funzionali e delle abilità (a partire dal potenziale) fino alle più soddisfacenti espressioni. La psicoterapia allarga gli orizzonti: oltre alla cura della sofferenza e della malattia essa diventa anche strumento per sviluppare le risorse positive dell’individuo e della comunità.
I benefici della psicoterapia che sono stati rilevati scientificamente riguardano tutta la sfera del funzionamento psicologico. Possono essere estremamente sintetizzati in “utili a vivere meglio” perché permettono di sviluppare:
- maggiore capacità di affrontare e superare situazioni sfavorevoli o critiche;
- flessibilità e capacità di gestire lo stress in modo da affrontare adeguatamente gli ostacoli e le sfide della vita;
- la capacità di autoregolazione emotiva. L’autoregolazione emotiva è per esempio la capacità di calmarci quando siamo sopraffatti o sollecitati da un eccesso di emozioni;
- maggiore autostima; sollecita il riconoscimento delle proprie parti positive e rafforza la fiducia nelle proprie capacità;
- la consapevolezza di se stessi; permette di avere più chiarezza delle proprie parti, dei propri bisogni e delle proprie attitudini;
- il livello di piacere e di soddisfazione della vita, anche quando le prove sono dure e impegnative.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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Trasformare l’aggressività in creatività
Trasformare l’aggressività in creatività: una prospettiva utile e interessante
L’aggressività e la creatività sono state considerate due realtà indipendenti. Per esempio, nei sistemi scolastici sono state solitamente considerate come due questioni distinte, senza alcuna correlazione tra loro e pertanto vengono affrontate separatamente.
Negli ultimi anni gli studi psicologici ci dicono invece che tra i comportamenti aggressivi e la creatività c’è un legame e gli aspetti di questa correlazione sono al centro dell’interesse dei ricercatori.
Se pensiamo all’aggressività affiora l’idea dell’atteggiamento, del comportamento volto a danneggiare l’altro. Se invece pensiamo alla creatività immaginiamo la capacità di generare cose nuove, originali e utili. Apparentemente due cose ben diverse.
Eppure, tanti tra scienziati famosi e innovatori hanno manifestato nella loro infanzia tratti personali e comportamenti aggressivi. I loro risultati straordinari sul piano creativo sembrano passare attraverso un periodo di trasformazione psicologica. È stato scoperto che la ribellione e la violazione delle regole stimolano la creatività (Patron e al. 2018-20). Da uno studio su bambini di terza e quarta elementare (Saggar e al., 2019) emerge che coloro che erano più creativi avevano maggiori comportamenti di violazione delle regole e maggiore aggressività.
Il legame tra aggressività e creatività cambia le prospettive di intervento, apre nuove strade. Invece di sopprimere e nascondere l’aggressività ci si chiede come utilizzarla in modo costruttivo.
Alcuni studi hanno utilizzato interventi artistici per trasformare l’aggressività in creatività. Uno studio sulla musicoterapia ha ad esempio rilevato che la musicoterapia produceva la fiducia in sé stessi, maggiore padronanza dell’impulsività e dell’aggressività; le emozioni represse venivano espresse in modo costruttivo e il comportamento impulsivo veniva canalizzato nella creazione musicale.
Uno studio di Jiaqui Wu ed altri (2023) ha sperimentato veri e propri programmi per sviluppare e migliorare la creatività. Sono state formate persone con alta aggressività e i risultati hanno confermato la riduzione significativa dell’aggressività e questa riduzione era associata ad un aumento della creatività. Si è visto che l’intervento utilizzato era efficace nel migliorare l’originalità e questo miglioramento era anche confermato neurologicamente da una maggiore attivazione delle zone cerebrali interessate.
Insomma, possiamo finalmente uscire dalla semplicistica e tradizionale lettura dell’aggressività come espressione negativa e da correggere con l’inibizione. L’approccio tradizionale di inibizione e allenamento all’autocontrollo, alla luce dei nuovi studi, risultano limitati. La modalità più efficace è ricercata nel potenziale che l’espressione aggressiva contiene e si concentra su come questo potenziale può essere sviluppato e sollecitato ad esprimersi.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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Vergogna: cos’è e come superarla
COS’È LA VERGOGNA
Tutti conosciamo l’esperienza della Vergogna. Ci è accaduto sicuramente di provare quel disagio che passa attraverso lo stomaco, che ci fa sentire come di essere nudi, allo scoperto, senza alcuna protezione dal giudizio negativo degli altri. Non è necessaria la presenza di una persona che giudichi e disapprovi ma è “come se” ci fosse qualcuno a farlo.
La Vergogna è un’emozione che viene scatenata da qualcosa percepito come sbagliato o negativo, che fa percepire se stessi, la propria persona, internamente sbagliati e negativi. Si può provare vergogna per il proprio aspetto, per il proprio comportamento o per specifiche caratteristiche o insicurezze. Le persone che provano facilmente vergogna percepiscono qualcosa di sbagliato in loro, hanno verso sé stesse giudizi negativi e autocritici tali da sentirsi inadeguati e rifiutati. Dietro l’esperienza dolorosa della vergogna si nascondono meccanismi di difesa ed altre emozioni come la paura, la rabbia, la gelosia, l’umiliazione.
Gli studi effettuati per decenni sulla vergogna ci dicono che le persone che hanno una propensione a provare vergogna spesso hanno una bassa autostima. Al contrario, chi ha una buona autostima è protetto da eccessivi sentimenti di vergogna.
Tangney e Dearing insieme ad altri ricercatori, hanno anche trovato che la tendenza alla vergogna può aumentare il rischio di altri problemi psicologici. È ad esempio significativo il rapporto tra depressione e tendenza alla vergogna. Questo rapporto è stato esaminato da più di cento studi. Anche gli adolescenti che mostravano propensione alla vergogna avevano maggiore probabilità di sviluppare sintomi depressivi.
È stata anche riscontrata una connessione tra la tendenza alla vergogna e i disturbi d’ansia, come il disturbo d’ansia sociale e il disturbo d’ansia generalizzato (Thomas A. Fergus,2010).
La vergogna nelle diverse età
La vergogna può indurre il desiderio di nascondere il Sé percepito come difettoso e può indurre l’evitamento di situazioni e interazioni che sollecitano la sua espressione.
L’età influenza la propensione alla vergogna. Gli adolescenti sono più inclini alle sensazioni di vergogna e la sperimentano con facilità. La tendenza a provare vergogna diminuisce nella mezza età, fino a circa 50 anni. Con il passare degli anni e con l’invecchiamento torna ad aumentare la propensione a provare questa emozione.
Dagli studi si può vedere e interpretare la vergogna come una funzione dello sviluppo della personalità. Essa si manifesta quando le identità sono in corso di sviluppo e di formazione. E si manifesta anche quando le incertezze cercano da una parte una definizione interna e dall’altra una definizione esterna, rispetto alle aspettative esterne. L’incertezza che piano piano si fa certezza, sicurezza sia interna che verso l’esterno.
La vergogna va distinta dal senso di colpa anche se queste due emozioni hanno molto in comune: entrambe implicano autovalutazioni negative e sentimenti di angoscia suscitati da quelli che sono percepiti come personali fallimenti o trasgressioni. La vergogna e il senso di colpa sono correlati tra di loro, non si escludono ma, anzi, spesso coesistono.
Funzione positiva della vergogna
La capacità di provare vergogna è una risorsa. Non è di per sé negativa ma molto utile allo sviluppo dei principi morali e della costruzione della propria identità imperniata su principi e valori personali. La vergogna può infatti avvisarci e segnalarci i comportamenti che non sono in linea con i principi morali in cui ci riconosciamo. La differenza tra la vergogna sana e quella malsana, eccessiva, sta nella riduzione dell’autostima e della fiducia in se stessi.
Riconoscere la presenza eccessiva e dannosa della vergogna può essere difficile. Possiamo ad esempio osservarne la durata e l’intensità. Valutare se si tratta di una presenza persistente oppure transitoria e di breve durata; osservarne il livello di disagio che ci crea e come questo disagio si riflette sulla fiducia in noi stessi e sulle nostre interazioni sociali.
Quali sono le cause della vergogna
Le origini della vergogna variano da persona a persona. Si può tuttavia ricondurre questa emozione alle esperienze infantili che hanno innescato insicurezze e sentimenti negativi in se stessi. Queste insicurezze si sviluppano di solito nei primi anni di vita come risposta a distacchi affettivi prolungati, critiche o giudizi negativi. Sono riconducibili in generale a mancate o insufficienti risposte ai bisogni affettivi che generano convinzioni negative verso se stessi e sfiducia verso la possibilità di ricevere, meritare, interazioni e attenzioni amorevoli.
Le cause possono anche essere legate ad esperienze di bullismo: essere presi di mira, aggrediti, ridicolizzati, può fare sentire soli, isolati e indegni. Anche il rifiuto e l’esclusione del gruppo, degli altri, può portare a sentimenti negativi. Il bisogno di ogni essere umano è quello di “connessione”, di inclusione e il sentirsi esclusi può generare vergogna, il vissuto di non essere degni di inclusione e accettazione da parte degli altri.
Cosa può aiutare a superare la vergogna
Convivere con la vergogna è molto difficile e spesso può indurre a risposte e comportamenti che anziché favorirne il superamento provocano invece rinforzo e cronicizzazione del disturbo.
Cosa invece può essere di aiuto? Ecco alcune indicazioni che possono essere utili.
- lasciarsi aperti verso la propria vergogna: l’accettazione ha un effetto calmante e distensivo. Al contrario la rigidità e il giudizio negativo portano ad innescare meccanismi di lotta “contro” la vergogna che non producono risultati positivi;
- approfondire i meccanismi che generano la vergogna, le radici e le variabili che la alimentano. Per fare questo è bene chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta. L’aiuto di un esperto permette di praticare adeguatamente l’esplorazione e il raggiungimento degli obiettivi;
- cercare una maggiore apertura verso le proprie emozioni in generale e verso quelli che sono vissuti come “difetti” personali. Può essere molto utile mostrare, alle persone di cui ci si fida, le proprie vulnerabilità o i propri difetti: aiuta a interrompere il giudizio negativo verso se stessi e a sviluppare più fiducia e sicurezza;
- focalizzarsi sul presente, sintonizzare la propria attenzione al presente. Ricordare o rievocare esperienze di vergogna vissute in passato con forte disagio provoca anticipazione negativa e senso di impotenza. È importante evitare queste contaminazioni e interferenze del passato focalizzandosi sul presente, su ciò che si desidera al presente, sulle risorse e sulle azioni che nel “qui ed ora” si possono mettere in campo.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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Sentirsi giovani e vivere più a lungo
Immaginiamo di non sapere la nostra data di nascita, di non avere un certificato di nascita e di poter individuare la nostra età sulla base di come ci si sente dentro. Quanti anni sentiamo di avere? Questa stima è l’Età Soggettiva o età psicologica.
Alcune ricerche si sono occupate della percezione soggettiva dell’età ed hanno indagato le differenze tra le fasce di età, le differenze di genere e i fattori che la influenzano.
Ci sono differenze tra l’età soggettiva nella prima infanzia e nella vita successiva.
Le persone di mezza età e gli anziani tendono ad avere un’età soggettiva più giovane, tendono a sentirsi più giovani della reale età anagrafica. Solo nei giorni di forte stress o di malessere fisico tendiamo a sentirci più vecchi di quanto ci sentiamo se non abbiamo fattori di stress o problemi di salute.
Dagli studi emerge una differenza di genere: le donne si sentono più giovani degli uomini (Markus Wettstein – Università Humboldt di Berlino).
Effetti del sentirsi più giovani
Tra i vari aspetti indagati e tra i dati emersi particolare importanza assumono gli “effetti” di questo fenomeno: l’età soggettiva influenza e predice quanto saremo sani in seguito. Le persone che si sentono più giovani sono più sane, vivono più a lungo, hanno un rischio di demenza inferiore. Sentirsi più giovani comporta davvero una serie di importanti vantaggi.
Anche le ricerche condotte dal National Institute of Aging (USA) su circa diecimila persone e per ben 20 anni, rilevano che i fattori psicologici, comportamentali e sociali influenzano la salute e il benessere man mano che si invecchia. Questi studi individuano i fattori chiave che incidono sull’età psicologica. Uno dei fattori più importanti è il “movimento”. Chi si sente più giovane è più in movimento e fa più attività fisica. Questo risulta essere un circolo virtuoso perché l’essere attivi influisce positivamente alimentando ulteriormente la vitalità e riducendo il peso degli anni. Un altro fattore significativo dell’età soggettiva è quello di sentirsi importanti per gli altri, sentirsi utili. Il vissuto interno di un’età più giovane di quella anagrafica risulta collegato ad avere ruolo sociale, avere stimoli, coltivare interessi.
Yannick Stephan dell’Università di Montpellier ha esaminato i dati di più studi durati molti anni e a cui hanno partecipato 17mila persone. Egli ha riscontrato che sentirsi tra gli otto e i tredici anni più vecchi della propria età cronologica comportava un rischio superiore di morte del 18-25% in più e comportava un rischio maggiore di malattia.
Questi risultati sono molto interessanti e stimolanti per gli scienziati, per i ricercatori che hanno modo di approfondire le indagini ma sono anche straordinariamente importanti per tutti noi. Sono soprattutto importanti per ognuno di noi perché forniscono stimoli di riflessione su quanto sia preziosa la nostra mente e sulle modalità di attivazione di processi mentali positivi che favoriscono il benessere psicologico e quello fisico.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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L’importanza di dormire bene
L’IMPORTANZA DI DORMIRE BENE
Il dormire bene dipende dalla combinazione di due fattori.
- Il rispetto dei naturali cicli sonno/veglia: il rispetto del ritmo circadiano.
- La qualità delle ore di sonno.
Il ritmo circadiano (dal latino circa diem: intorno al giorno) è una specie di orologio biologico del periodo di circa 24 ore. Esso ha sede in un gruppo di neuroni situato nell’ipotalamo del nostro cervello. I ritmi circadiani hanno variazioni individuali legati a fattori personali e a fattori ereditati geneticamente. Ci sono persone che si sentono più attive durante alcune parti della giornata e con meno energie in altri orari. Queste variazioni personali le riscontriamo spesso nei “mattinieri” e nei “nottambuli”. I mattinieri trovano facile svegliarsi la mattina, hanno più energie nelle prime ore della giornata; i “nottambuli” hanno più energie molto più tardi nel corso della giornata e si sentono più attive negli orari serali.
I disturbi del ritmo circadiano del sonno si manifestano tipicamente come un disallineamento tra la sequenza temporale del sonno di una persona e il ciclo ambientale fisico/sociale di 24 ore.
La deprivazione, cioè l’insufficienza delle ore dormite provoca nell’organismo un “debito” di sonno che, giorno dopo giorno, può comportare gravi conseguenze.
Gli esperimenti di deprivazione totale del sonno sono stati fatti in passato sugli animali e si è visto che, dopo qualche settimana, subentra una disorganizzazione nei sistemi cerebrali che regolano le attività fisiologiche vitali e porta l’animale alla morte. Questi esperimenti danno l’idea dei danni provocati all’organismo e al cervello dalla deprivazione prolungata di sonno.
Nella nostra realtà attuale purtroppo la deprivazione cronica di sonno è parte della routine. Molte persone non dormono abbastanza per ragioni di lavoro, di impegni, di spostamento. Molte persone si adattano, sono costrette ad adattarsi, ad una vera “deprivazione cronica di sonno”. Già se pensiamo alla sveglia che suona obbligando al risveglio: è la rappresentazione del sonno “interrotto” e di un numero insufficiente di ore dormite. Non si può recuperare un debito di sonno accumulato durante la settimana attraverso una buona dormita nel fine settimana. Questo tipo di recupero funziona solo se si tratta di compensare una notte, non una settimana. Ecco perché il deficit può accumularsi lungo i mesi e lungo gli anni con gli effetti negativi della deprivazione.
Le ricerche hanno documentato che la perdita di sonno incide sul rendimento personale, diminuisce le capacità cognitive, della memoria, dell’apprendimento e dei processi decisionali. La carenza di sonno risulta inoltre associato a numerose patologie.
Abbiamo poi i disturbi del sonno e tra questi la più frequente è l’Insonnia: è la difficoltà di addormentarsi o la difficoltà di dormire abbastanza a lungo e con continuità in modo da sentirsi riposati la mattina successiva.
Quali sono le cause dell’insonnia?
Le cause possono essere molteplici ma spesso l’insonnia risulta associata a:
- Stress e ansia;
- Fattori legati allo stile di vita, spostamenti, turnazioni al lavoro etc.
- Depressione;
- Salute fisica (come ad es. problemi cardiaci o disturbi che producono dolore fisico).
I dati provenienti dagli studi sul sonno ci dicono che l’insonnia è un disturbo di “ipervigilanza” presente nelle 24 ore, sia durante la notte che durante il giorno. Lo stress cronico può portare conseguenze negative sul sonno. Molti fattori personali, relazionali, familiari, tensioni e ansie di varie origini possono interferire con un sonno regolare e riposante.
Qual è l’utilità della psicoterapia per ripristinare un buon sonno?
Poiché l’insonnia non è semplicemente la perdita di sonno ma un disturbo di ipereccitazione diurna e notturna, l’obiettivo della psicoterapia dovrebbe essere non solo quello di migliorare la quantità e la qualità del sonno notturno, ma anche di diminuire l’ipereccitazione emotiva e fisiologica nelle 24 ore.
Perché dobbiamo prestare attenzione al nostro sonno e prendercene cura?
Perché la qualità del nostro sonno è direttamente collegato alla nostra salute fisica, alla nostra salute mentale e all’aspettativa di vita. Tutte le ricerche dimostrano infatti che il “buon sonno” risulta collegato a “buona salute” e longevità. Chi dorme bene, mediamente vive più sano e più a lungo.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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Colori e Personalità
Colori e Personalità
Il colore esercita su di noi un’azione complessa, sia fisica che psichica. Non sempre siamo consapevoli di questa azione; in questo senso Lūscher dice che i colori parlano un “linguaggio emotivo prevalentemente inconscio “. I segnali cromatici costituiscono un linguaggio emotivo che viene compreso a livello inconscio.
Uno studio pubblicato da Frontiers in Psychology (Giulietta Jue e Jung Hee Ha) il 19/12/2022, esamina la relazione tra personalità e preferenze di colore https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2022.1065372/full#:~:text=Those%20with%20high%20agreeableness%20preferred,to%20new%20experiences%20preferred%20green.
Dallo studio emerge che la preferenza cromatica può predire in modo significativo la personalità.
Per individuare il colore della propria personalità basta riflettere sul colore che ci rappresenta di più. Può essere ad esempio il colore (o i colori) che preferiamo, che indossiamo di più.
Nella ricerca sono stati utilizzati 10 colori primari: Rosso, Arancione, Giallo, Verde, Azzurro, Blu scuro, Viola, Bianco, Nero e Grigio. Accenniamo qui ad alcuni dati emersi da questo studio e ad aspetti rilevati anche da ricerche precedenti.
Il Rosso: i risultati degli studi ci dicono che il rosso rappresenta energia, passione, forza, vigore. E’ associato all’intensità e all’impulsività. Chi rifiuta il rosso è già in una fase di sovraeccitazione o soffre per mancanza di vitalità ed è facilmente irritabile da forti stimoli.
Il Verde: è complementare al rosso. Mentre il rosso è associato a caratteristiche di espressione delle emozioni, il verde è associato alla coscienziosità e alla stabilità emotiva. E’ il colore della natura collegato alla fertilità, crescita, pace e sicurezza. Risulta associato a un temperamento affidabile, autodisciplinato, calmo, emotivamente stabile.
L’Arancione: pare che la preferenza per l’arancione rappresenti il bisogno di socializzazione e desiderio di compagnia umana. La necessità anche di sfide fisiche o sociali personali; un bisogno di accettazione e rispetto all’interno di un contesto di gruppo. Tendono a preferire questo colore le persone estroverse che esprimono entusiasmo per la vita.
L’Azzurro: chi lo sceglie tende ad avere un comportamento armonioso verso l’ambiente e le persone. Ha anche una tendenza alla riflessione. Sono i colori del cielo e del mare, perciò esprimono una sensazione di profondo e di spirituale. E’ anche il simbolo della comunicazione attraverso la creatività; chi lo preferisce sa esprimere lealtà e idealismo.
Il Blu: anche il blu, come il verde, è stato associato a caratteristiche di affidabilità, riservatezza, autodisciplina, calma ed equilibrio emotivo.
I colori caldi sono eccitanti e stimolanti, i colori freddi sono stabili. Le persone che dirigono l’attenzione verso l’interno piuttosto che verso l’esterno sono attratte dal blu. Sono anche le persone che hanno cura del dettaglio, amore per la qualità e hanno tendenza a specializzarsi. Il blu è anche associato a caratteristiche di soppressione delle emozioni, mentre il rosso alla espressione delle emozioni.
Il Giallo: risulta associato alla simpatia e al calore, che costituiscono la gradevolezza. Rappresenta l’accoglienza, il movimento, la curiosità.
Il Viola: è una mescolanza di rosso e blu e, sebbene sia un colore separato e distinto, tiene in sé alcune delle proprietà di entrambi i colori. Il Viola tende ad unificare la conquista impulsiva del rosso ed il gentile cedere del blu. Le persone mentalmente mature tendono a preferire uno dei colori di base piuttosto che il viola. Per questo si riscontra un’alta percentuale di preferenza per il viola (75%) nella preadolescenza e in età scolare.
Il Bianco: è la pagina su cui si deve ancora scrivere. E’ rappresentativo di nuovi inizi. Scegliere il bianco è rimanere aperti all’esplorazione di nuove prospettive e possibilità che la vita ha da offrire. Tutto sommato, il bianco è rappresentativo di saggezza, creatività e apertura mentale.
Il Nero: è la negazione dei colori. Il nero è il NO. Rappresenta l’assoluto confine ed esprime l’idea del nulla, dell’estinzione. Il nero è il NO opposto al SI del bianco. Chi sceglie il nero come preferenza esprime un comportamento di rinuncia, una protesta testarda contro la situazione esistente in cui egli sente che non c’è nulla che va come dovrebbe andare.
Il Grigio: il grigio non è colorato, né scuro, né chiaro; è completamente libero da ogni stimolo o tendenza psicologica. E’ neutro. Il grigio è un confine, una regione di separazione tra zone contrastanti. Chiunque scelga il grigio come preferenza, vuole restare non coinvolto e non avere responsabilità così da proteggersi da influenze esterne e stimoli ambientali. E’ l’espressione di chi non vuole prendere parte e si isola dalla partecipazione diretta. Anche quando, in apparenza, partecipa pienamente, la persona che sceglie il grigio, partecipa attraverso un controllo lontano, senza permettersi un vero coinvolgimento.
Secondo Max Lūscher, una persona sperimenta, pensa ed agisce sulla base di 4 diversi modi di percepire se stessa, sulla base di 4 “sentimenti di sé” che sono:
- AUTOSTIMA, identità, fedeltà alle convinzioni – colore simbolico VERDE
- SICUREZZA DI SE’, sensazione di forza e impiego delle facoltà personali – ROSSO
- SODDISFAZIONE, appagamento, adattamento alle possibilità date – BLU
- LIBERTA’ INTERIORE, utilizzo delle possibilità di indipendenza – GIALLO
Secondo Lūscher l’autorealizzazione della persona sta nella sua abilità a mantenere un equilibrio interno tra questi 4 sentimenti di Sé.
Esistono migliaia di colori e un colore può esprimere stati emotivi diversi a seconda delle proprie gradazioni. Lo studio della psicologia dei colori è pertanto complesso. Tuttavia sapere che il colore è l’espressione delle nostre parti più intime, talvolta sconosciute a noi stessi, è importante per aumentare la consapevolezza di noi stessi ed è importante anche per lasciarci più aperti e più liberi di far danzare quotidianamente le nostre emozioni attraverso i colori e le loro combinazioni.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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Perché prestare attenzione allo stress
Noi tutti lo conosciamo
Lo stress è uno sato di tensione mentale che ci permette di affrontare i problemi, le situazioni difficili e le sfide della vita. Noi tutti lo conosciamo. Se dobbiamo affrontare una sfida lavorativa, preoccupazioni economiche, una visita medica che ci preoccupa e così via. Non tutto lo stress che affrontiamo è negativo, anzi a volte può esserci utile perché ci fornisce l’energia per comportamenti positivi e utili ai nostri obiettivi.
Lo stress dannoso è quello cronico
È dannoso lo stress che non è circoscritto a momenti e situazioni precise ma che resta attivo nel nostro funzionamento quotidiano. È dannoso lo stress che dura anni. Questo tipo di stress cronico provoca cambiamenti nel nostro corpo e contribuisce a sviluppare malattie. Alcune delle malattie più comuni possono essere causate o aggravate dallo stress.
L’ormone dello stress, il cortisolo, lavora per sopprimere le funzioni non essenziali in situazioni di emergenza, come la risposta del sistema immunitario e la digestione. Insieme al rilascio di altri messaggeri chimici questo ormone aumenta la produzione di glucosio, o zucchero nel sangue, aumentando l’energia ai grandi muscoli. Viene rilasciato anche un altro ormone: l’adrenalina che aumenta nel corpo la frequenza cardiaca e respiratoria per spingere più ossigeno nei muscoli. Tutto questo è funzionale alla risposta emergenziale di lotta o fuga dell’organismo e per questo sottrae energie alle funzioni che non sono cruciali in caso di pericolo di vita. Così nello stress prolungato il nostro corpo continua a rendere disponibile il glucosio immagazzinato (zucchero) per alimentare i muscoli, riduce i linfociti, i globuli bianchi che fanno parte del sistema immunitario, esponendoci al rischio di infezioni. È uno stato che determina una risposta infiammatoria e problemi di salute cronici. Aumenta inoltre le nostre possibilità di ammalarci perché ci rende più vulnerabili alle aggressioni delle infezioni e di ogni altra malattia.
Dobbiamo ricordarci che nostro corpo sa bene come gestire lo stress a piccole dosi, ma quando lo stress diventa cronico ne subisce gravi conseguenze. Tutti gli apparati, da quello muscoloscheletrico, gastrointestinale, cardiovascolare, endocrino, nervoso, fino al sistema riproduttivo, sono esposti alla compromissione del loro funzionamento.
Cosa possiamo fare
La conoscenza dell’importanza dello stress e dei suoi effetti sulla nostra salute non deve allarmarci ma dovrebbe aiutarci a renderci più attivi e responsabili del nostro funzionamento mentale nella vita quotidiana. In realtà la risposta allo stress è qualcosa che dipende da noi, è nelle nostre mani. L’aiuto della psicoterapia è prezioso per sviluppare la consapevolezza del nostro funzionamento sano o stressante e per sviluppare risposte funzionali ed equilibrate.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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LA BASE SICURA
Il 2 settembre 1990 moriva John Bowlby, considerato uno tra i più grandi psicoanalisti del ventesimo secolo.
In occasione del trentesimo anniversario della sua morte può essere utile ricordare l’importanza del suo lavoro e il contributo sia scientifico che sociale della sua opera.
Medico Psichiatra, interessato alla Psicoanalisi, John Bowlby seguì a Londra il training in Psicoanalisi e dopo la guerra fu nominato vice direttore di Jock Sutherland della prestigiosa Tavistock Clinic di Londra dove creò un dipartimento infantile.
Grazie a J. Bowlby oggi sappiamo che una parte del nostro mondo interno, di come percepiamo noi stessi e di come viviamo le interazioni e le relazioni adulte, dipende da quel rapporto stretto che lega reciprocamente madre-neonato nei primi anni di vita. E’ la fase che J. Bowlby chiama di “Attaccamento“.
Studiando questa fase Bowlby ha rilevato che la figura di attaccamento (solitamente la madre) permette al neonato di sviluppare interiormente una “base sicura” per esplorare il mondo. La relazione di attaccamento funge da prototipo per le future relazioni sociali. Problemi nell’instaurarsi di questa fase, carenze o rotture dell’attaccamento materno comportano conseguenze negative più o meno gravi. E’ pertanto importantissimo che il legame di attaccamento si sviluppi in maniera adeguata, poiché da questo deriva uno sviluppo buono ed armonico della personalità.
Gli studi e le teorie di Bowlby sono stati ampiamente confermati sperimentalmente ed hanno portato anche a notevoli cambiamenti culturali nel pensare il rapporto adulto-bambino. Fino a pochi decenni fa i bisogni riconosciuti dell’infante erano quelli fisiologici e il tempo dedicato al neonato era quello funzionale alla sua sopravvivenza: la necessità di nutrimento, di respirare, la cura delle malattie e l’essere al riparo dai pericoli. Gli studi di Bowlby e gli innumerevoli approfondimenti scientifici che ne sono scaturiti hanno legittimato quella propensione naturale dei genitori di rispondere alle sollecitazioni del neonato che cerca il contatto e l’interazione…con gli occhi, i sorrisi, le manine protese…
Sta finalmente perdendo campo il vecchio detto “i bambini si baciano quando dormono”! E le mamme si sentono sempre meno in colpa se tolgono tempo ad altre cose per dedicarlo al contatto, alle coccole e alla connessione piacevole con i piccini… che fonderanno il loro futuro su base sicura!
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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RELAZIONE PADRE – FIGLIA
Perché c’è spesso ostilità e risentimento?
“Ero la cocca di papà fino a quando avevo circa dodici anni. Mi chiamava la sua principessa. Eravamo molto vicini e sapevo che ero la sua preferita. Ma ora non ci parliamo più e passa tutto il suo tempo a criticarmi!”
Lo sento molte volte l’anno da figlie inferocite, figlie arrabbiate, figlie confuse sul modo in cui le cose sono cambiate, figlie che desiderano essere amate.
Le relazioni tra padre e figlia sono delicate e talvolta si bloccano. Qualcosa sembra accadere quando una figlia arriva al suo dodicesimo o tredicesimo compleanno, qualcosa che nessuno di loro capisce abbastanza.
Mi sento triste per entrambi. Da una parte, la povera figlia non capisce cosa può aver fatto di male. Sta affrontando il difficile compito di crescere, affrontare amici e ragazzi, il ciclo, il corsi e lo sport e Facebook e un corpo che continua a cambiare… È un lavoro a tempo pieno e lei sta facendo del suo meglio, ma sembra che in qualche modo sia diventata una delusione per suo padre, criticata da lui per i suoi vestiti (troppo sexy), i suoi amici (troppi), i suoi interessi (troppo pochi), le sue ambizioni (troppo vaghe).
Le figlie non sono le uniche che lottano. I padri devono sopportare la propria disillusione con una figlia che una volta sembrava perfetta, ma che ora risulta avere limiti, che commette errori, che a volte può essere superficiale e persino crudele. I padri devono sopportare quando, in modo appropriato, lei comincia a discutere, lasciando che i padri sentano di non essere più importanti, che il loro consiglio è apparentemente ora stupido e sbagliato, che essere protettivo non è assolutamente necessario e che una coccola sarebbe abbastanza fuori luogo. Il rigetto fa male.
Penso che sia importante che i padri prendano la loro “punizione”: non è così personale come si può pensare. Le figlie non smettono di aver bisogno dei loro padri, ma ne hanno bisogno in modo diverso. Hanno bisogno che i padri ci siano, che siano forti ma anche che ascoltino e si fidino. Hanno bisogno di loro per capire che le cose stanno cambiando, che le cose devono cambiare e hanno bisogno che i loro padri siano felici di questo. Soprattutto hanno bisogno di loro per realizzare che non sempre tutto gira intorno a loro.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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