
La crisi esistenziale
La crisi esistenziale è il disagio che gli esseri umani possono vivere rispetto al significato e alle scelte della propria vita. Non avere quel collegamento interiore che dà significato alla propria vita produce malessere e ansia. Può anche essere accompagnata da confusione rispetto al proprio senso di identità.
Crisi esistenziale è però una definizione generica che può ricondurre a diverse situazioni e tipologie di problemi. Pertanto è utile anzitutto capire che tipo di crisi si sta vivendo per poi affrontarla e gestirla.
Gli stati di malessere esistenziale possono comparire nelle situazioni psicopatologiche ed esserne parte integrante. Possono anche avere radici profonde di traumi mai riparati che limitano il senso di sé, di libertà di scelta e di progettualità.
La Crisi Esistenziale utile è quella che ci indica la strada per esprimere al meglio noi stessi.
Quando la crisi esistenziale è evolutiva
Mi focalizzo qui sull’esperienza della crisi esistenziale che possiamo chiamare “necessaria”, che appartiene al buon funzionamento dell’essere umano. La crisi esistenziale in questo caso ha la funzione di condurre ad una condizione mentale ed interiore nuova, rappresenta pertanto una fase delicata e importante di transizione personale. Il disagio di queste crisi necessarie è generato dalla necessità di un cambiamento interno volto a promuovere una vita più autentica e significativa.
E’ un processo che permette alla nostra vera natura (Sé) di venire alla luce e di esprimersi. Possiamo pertanto considerarle positive perché tendenti al benessere e all’evoluzione personale.
Le crisi esistenziali possono essere scatenate anche da eventi imprevisti che cambiano l’equilibrio personale e che permettono nel frattempo di collegarsi a parti di sé più profonde.
In questo senso possiamo considerare la crisi esistenziale un passaggio necessario alla rinascita personale. Già ampiamente trattato dai filosofi è, in tempi più recenti e attuali, argomento di analisi e di indagine delle varie discipline scientifiche.
Integrare l’inconscio nella nostra identità
C.G. Jung riteneva che nella nostra seconda metà di vita, indicativamente dopo i trent’anni, l’attività psichica fosse più orientata ad integrare l’inconscio nella nostra identità, processo che permette il progredire verso una maggiore completezza. Durante questa seconda fase è più probabile porsi domande che possono causare dolore e innescare una crisi esistenziale.
Anche le scelte fatte in passato, l’aver investito in obiettivi materiali e personali precisi, ad un certo punto della vita richiede una verifica e una valutazione personale di significato e di senso attuale.
Anche James Hillman, psicoanalista statunitense (1926-2011), sostiene che ogni persona ha già in sé un potenziale per realizzare possibilità uniche e questo potenziale ha necessità di esprimersi, di venire alla luce nell’arco dell’intera vita. Sintonizzarsi con la propria unicità permette di vivere un’esistenza più significativa.
Federico Faggin, fisico statunitense, propone una Teoria della Coscienza come fenomeno quantistico e unico per ogni individuo. Egli afferma: “ho capito che la felicità viene dall’essere allineati con la nostra vera natura” (F. Faggin – Oltre l’Invisibile – 2024).
La coscienza del potere che abbiamo e la coscienza della morte
La parte della psicologia che più si è occupata di come le persone affrontano l’esperienza dell’esistenza sostiene che alla base delle crisi esistenziali e delle ansie ad esse collegate, ci siano dei contenuti specifici. Le preoccupazioni esistenziali che gli esseri umani si trovano ad affrontare sono: la morte, la libertà, l’isolamento, l’identità e il senso.
E questi contenuti, a livello conscio e a livello inconscio, hanno un impatto significativo sul benessere (Greenberg e al., 2004; Yalom, 1980).
Il senso di identità e di benessere è un fenomeno complesso che nasce dalla consapevolezza delle proprie libertà e del fatto che la vita stessa un giorno finirà.
La libertà genera piacere ma è anche strettamente collegata alla responsabilità delle scelte e delle conseguenze. La consapevolezza del potere personale è fondamentale per noi esseri umani. Affrontare le sfide, apprendere dall’esperienza, sviluppare conoscenza e competenza: tutte queste esperienze sono alla base della motivazione e della fiducia in noi stessi.
Ma essere artefici della nostra vita, sentircene autori e responsabili, non ci preserva da un limite assoluto e invalicabile che è la morte.
Sappiamo che un giorno moriremo e questa è la fonte di angoscia più profonda dell’essere umano.
In conclusione: meglio avere qualche crisi esistenziale nel corso della nostra vita. Vivere è un processo di continua rinascita.
“Per molti di noi, la tragedia sta nel fatto che moriamo prima di esser nati del tutto.” (Erich Fromm)
Non si tratta pertanto di evitare di incontrare la crisi esistenziale, si tratta invece di come accogliamo e gestiamo questi passaggi importanti. Spesso si rivolgono a me persone che stanno vivendo un momento di crisi.
Farsi accompagnare da uno psicoterapeuta è una scelta molto buona perché la psicoterapia è il contesto che, più di ogni altro, permette l’individuazione e la nascita delle proprie parti potenziali e delle proprie risorse.
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Essere in relazione ci rende più felici
Le interazioni sociali quotidiane, gli scambi personali che vanno dal rivedere un vecchio amico alle due chiacchere spontanee con persone sconosciute, alla fermata dell’autobus, in treno o in una sala di attesa, tutte queste interazioni sono molto favorevoli al benessere psicologico.
I momenti di connessione con gli altri possono sembrare insignificanti ma contano molto più di quanto possiamo immaginare.
La ricerca scientifica dimostra che influiscono sul nostro umore, contribuiscono ad arricchire la nostra vita ed hanno un forte potere di autoregolazione interna.
Eppure spesso tendiamo alla chiusura, all’evitamento, magari ci sentiamo a disagio a rivolgerci verso gli altri o pensiamo che gli altri non siano interessati e che possiamo essere di fastidio.
Siamo quotidianamente allenati al controllo, a capire come affrontare al meglio le situazioni; siamo allenati a sviluppare competenze per risolvere problemi e a misurarci con le nostre prestazioni e con l’efficacia delle nostre azioni.
Ci siamo così irrigiditi a favore delle competenze cognitive e di controllo, perdendo senza accorgercene la naturale predisposizione al contatto umano.
Tutti noi esseri umani abbiamo bisogno di connessione.
L’apertura, la gentilezza, il calore umano sono attitudini che ci appartengono perché permettono la connessione.
E la connessione, come dice Stephen Porges, è un imperativo biologico dell’essere umano; il nostro sistema nervoso è predisposto per la connessione, desidera la connessione con altri sistemi: La teoria polivagale.
Tutti noi esseri umani siamo bisognosi di calore umano perché questa dimensione è la base dell’autoregolazione interna, delle emozioni e delle frustrazioni, sin dall’inizio della nostra vita.
Ed è per questa necessità biologica, inconscia, che siamo capaci di reciprocità.
La connessione è reciprocità. La reciprocità ci permette di accogliere l’apertura degli altri e ci dà la fiducia che gli altri accolgano la nostra.
Abbiamo tutti fatto esperienza di come un sorriso, un gesto di cortesia, produca in noi altrettanto, un’apertura, se siamo contattati in modo positivo e amichevole.
Di fondo la nostra direzione è quella della reciprocità.
I filtri interni e l’isolamento. I nostri filtri interni però ci fanno sottovalutare la buona riuscita delle interazioni. E’ in questa zona di dubbio, di freno, che si favorisce e si sviluppa l’isolamento.
“Le persone sottovalutano la reazione positiva degli altri agli atti di gentilezza, sottovalutano la risposta positiva quando ci si apre e si è onesti in una relazione, quando si esprime gratitudine…assistiamo ripetutamente a questo pessimismo ingiustificato” (Nicholas Epley).
La tecnologia influisce molto nel processo di isolamento.
Come? Attraverso un meccanismo subdolo che è la “connessione sostitutiva”.
La digitalizzazione fa parte della nostra vita; smartphone, web, social media, ai quali si aggiunge l’Intelligenza Artificiale. Questi strumenti, insieme alla loro utilità portano anche insidie e limitazioni.
Tra queste ultime, ad esempio, interferiscono negativamente con i processi di contatto e interazioni umane perché offrono una connessione sostitutiva.
La possibilità di raggiungere chiunque, in qualunque posto, non è la stessa cosa della connessione reale che coinvolge a livello corporeo e personale. Non solo non è la stessa cosa ma agendo in modo sostitutivo, fa da filtro e allontana dalle relazioni reali.
I collegamenti virtuali se non gestiti bene producono isolamento sociale e solitudine.
Possiamo facilmente osservare l’uso automatico del cellulare ovunque, in casa, fuori casa in qualunque contesto, camminando e persino durante gli attraversamenti pedonali. Possiamo osservare come il collegamento virtuale isoli dal contesto: chi è impegnato a scrivere o leggere un messaggio non può prestare attenzione a “chi” e a “cosa” è realmente presente, a cosa accade nelle immediate vicinanze.
L’illusione di essere in connessione con gli altri
Poiché le persone si affidano sempre più alle interazioni virtuali che alle interazioni reali, funzionalità come i flussi di informazione basati su algoritmi e sistemi di incentivazione (come like e condivisioni) possono creare circoli viziosi che aumentano il senso di connessione, mentre in realtà creano e rinforzano il distacco emotivo.
Le ripercussioni sul benessere psicologico sono pertanto le conseguenze, gli effetti della sostituzione dei processi relazionali del mondo reale.
Gli studi dicono che le persone segnalano maggiore solitudine e ansia sociale, nonostante le apparenze, quanto più tempo trascorrono sui social media. Se da una parte i social possono fornire benefici sociali immediati, dall’altra non possono soddisfare i bisogni più profondi di connessione e intimità reali, favorendo così la dipendenza e l’isolamento.
Cosa dobbiamo ricordarci quotidianamente?
Per favorire il nostro benessere psicologico e fisico è molto utile rimanere costantemente consapevoli di alcuni punti che gli studi hanno ampiamente verificato:
- la connessione tra esseri umani porta benessere, senso di coinvolgimento e di appartenenza;
- la gentilezza e l’apertura sociale danno apporto benefico anche al nostro corpo, favorendo la regolazione dei livelli di cortisolo e della pressione sanguigna;
- anche semplici gesti di generosità, piccole espressioni di gentilezza (come sorridere o tenere la porta aperta a qualcuno) innescano positive reazioni a catena nel nostro cervello e nel nostro funzionamento biologico;
- Internet può distogliere dalle interazioni interpersonali per indirizzarle verso attività online, portando a trascurare le comunicazioni e le connessioni della vita reale;
- Le persone impoveriscono i collegamenti sociali e personali quando sono dipendenti da internet. Più tempo si dedica ai collegamenti virtuali e più si riduce il bisogno di relazione e connessione nella vita reale;
- Oltre ad ostacolare le interazioni interpersonali, internet riduce le abilità sociali delle persone.
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L’Autodeterminazione e il Benessere Psicologico
Il benessere psicologico, inteso come un funzionamento personale equilibrato e soddisfacente, non è scindibile dalla capacità di Autodeterminazione.
Cosa si intende per Autodeterminazione?
L’ Autodeterminazione significa “agire con un senso di scelta, volontà e impegno ed è basata sulla motivazione intrinseca e sulla motivazione estrinseca” (Deci e Ryan 2010).
Si intende pertanto la possibilità di decidere il proprio agire, operare liberamente le scelte in linea con le proprie predisposizioni, interessi e valori.
Quali sono le componenti necessarie allo sviluppo pieno dell’Autodeterminazione?
Affinché si possa sviluppare e formare una condizione di benessere psicologico fondato sull’Autodeterminazione è necessario che siano nutriti e protetti alcuni bisogni fondamentali.
Questi bisogni fondamentali (Deci e Ryan,2000) sono tre:
- di Autonomia
- di Competenza
- di Socialità
Sono le tre aree esperienziali che nell’individuo permettono lo svilupparsi della capacità di Autodeterminazione.
Sono i bisogni che svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo della personalità
Il sostegno e il supporto di questi tre bisogni, nelle diverse fasi dello sviluppo, generano le risorse che promuovono la naturale inclinazione degli esseri umani a progredire verso una maggiore autoorganizzazione, adattamento e benessere.
Questi tre bisogni psicologici, di Autonomia, Competenza e Socialità, svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo della personalità.
Sono bisogni “di base” perché la loro soddisfazione non è solo “favorevole” ma è “essenziale” per la capacità di adattamento, per l’integrità e per la crescita di ogni individuo.
Sono quindi bisogni essenziali per il benessere.
L’AUTONOMIA si riferisce all’esperienza della volontà e della disponibilità. Le persone hanno bisogno di sentirsi padrone dei propri comportamenti e dei propri obiettivi. E’ la sensazione di avere il controllo e di poter scegliere. Quando è frustrata si sperimenta ad esempio un senso di pressione, di spinte in direzioni indesiderate o in conflitto. L’appagamento produce invece un senso di integrità e di armonia; pensieri, azioni e sentimenti sono autentici e condivisi.
La RELAZIONALITA’ è l’esperienza di legame, calore e cura. E’ un’esperienza che può essere soddisfatta se è possibile connettersi con gli altri e sentirsi importanti per loro. Le persone hanno bisogno di vivere il senso di appartenenza e di collegamento agli altri. Il senso di appartenenza ad esempio può influire direttamente sulla motivazione (come nel caso dei bambini che quando percepiscono gli insegnanti freddi e indifferenti mostrano una minore motivazione interna – Grolnick e Ryan,1989). La frustrazione di questo bisogno di base produce un senso di solitudine, esclusione ed alienazione.
La COMPETENZA è l’esperienza di padronanza e di efficacia. E’ possibile attraverso le attività e le esperienze che danno modo di prendere coscienza delle proprie abilità. Le persone hanno bisogno di padroneggiare i compiti e di apprendere diverse abilità. Avere la possibilità di fare le esperienze che sviluppano un senso di competenza vuol dire anche: 1. Sentirsi sicuri delle proprie capacità di portare a termine gli impegni; 2. Sentire che gli obiettivi sono raggiungibili.
Quando il bisogno di Competenza non è appagato porta ad un senso di incapacità, inefficacia, fallimento e/o impotenza.
Le esperienze di Autonomia, Competenza e Socialità si sono dimostrate importanti anche per lo sviluppo e per il mantenimento della Motivazione.
Le esperienze di Autonomia e Competenza promuovono infatti l’interesse e il piacere nello svolgimento di un’attività.
La motivazione richiede un senso di efficacia (soddisfazione di competenza) e di volontà (soddisfazione di autonomia).
E’ inoltre emerso chiaramente che nelle suddette attività, tutti questi processi hanno maggiore probabilità di essere interiorizzati quando esiste un autentico senso di connessione con coloro che sostengono e incoraggiano gli obiettivi e le attività.
Questi tre bisogni sono essenziali in tutte le età e in tutti i contesti
Autonomia, Competenza e Socialità, ciascuna in modo unico ma anche in modalità interattiva, sono essenziali per il benessere degli individui in tutte le età in tutti i contesti e in tutte le culture.
Ad esempio, è stato riscontrato che l’appagamento di essi è predittivo di un buona capacità di adattamento (Van den Broeck et al.2016), produce inoltre benessere legato al senso e significato nella vita (Gonzalez-Cutre, 2020, Martela et al.2018) e contribuisce a buone ed armoniose passioni.
Al contrario, la privazione e la frustrazione di questi bisogni diminuisce il benessere, aumenta il rischio di malessere e di psicopatologie.
Tra i sintomi negativi sono stati riscontrati lo stress, sintomi depressivi (Cordeiro, 2016) e ansia.
CARATTERISTICHE DELLE PERSONE AUTODETERMINATE
Se vogliamo migliorare la nostra Autodeterminazione possiamo iniziare con il chiarirci qual è il livello personale di Autodeterminazione.
Le persone con una buona Autodeterminazione:
- sentono di avere padronanza nella propria vita e sentono che i loro comportamenti incideranno sui risultati. Di fronte alle difficoltà o alle sfide, sentono di poterle superare, anche se richiedono impegno;
- possiedono una automotivazione alta. Chi ha una sufficiente o elevata motivazione interna (intrinseca), non dipende né si affida a ricompense o punizioni esterne. Si impegna invece nella direzione dei suoi obiettivi. Ha il desiderio interiore di fissare i propri obiettivi e lavorare per raggiungerli;
- hanno una spinta che proviene dal piacere, dall’interesse e dalla soddisfazione. Questa spinta si autoalimenta, si rinnova e si rigenera strada facendo;
- Si assumono la responsabilità dei propri comportamenti. Si riconoscono i meriti dei risultati che raggiungono ma non hanno difficoltà ad accettare la responsabilità dei propri fallimenti. Non scaricano la colpa sugli altri. Possono mettere in discussione se stessi e migliorarsi. Al contrario, la scarsa autodeterminazione può portare a un senso di impotenza che rende fragili al peso della reale responsabilità. Da qui la necessità allontanare la responsabilità da se stessi, di ricondurre l’errore a fattori esterni sfavorevoli o di attribuirli ad altre persone.
Alimentazione emotiva da fame nervosa
I comportamenti alimentari e il rapporto psicologico con il cibo rappresentano anche il momento storico e i processi socio-culturali che lo caratterizzano.
Il gusto è sempre un fatto sociale, interconnesso agli stili di vita e ai valori che ogni epoca storica rappresenta. In questo senso dobbiamo rilevare che il rapporto con il cibo è cambiato drasticamente nell’ultimo secolo.
L’accessibilità al cibo legata allo sviluppo industriale ha reso disponibile quantità e varietà di cibi come mai nella storia. Abbiamo alimenti di tutti i tipi nei supermercati, piatti pronti per essere consumati ovunque.
La natura industriale del cibo incide naturalmente sul valore e sulla qualità del cibo. Ma incide anche sui fattori personali e psicologici.

Disturbi Alimentari
Un tempo non c’era sicurezza di disponibilità del cibo. Non era garantito il raccolto e neppure erano garantite le quantità sufficienti per l’intero anno.
Per questo il cibo aveva una importanza molto diversa da quella che ha oggi.
Il valore che aveva per il singolo e per l’intera famiglia portava ad averne cura e attenzione. Molto tempo era dedicato alla cucina e alle procedure di conservazione, sia delle carni che delle verdure e della frutta. Il valore del cibo era anche nella socialità e nella condivisione, assumeva spesso in famiglia un significato affettivo e nelle relazioni aveva anche i significati di ospitalità, di accoglienza e di generosità.
La situazione attuale è molto diversa ed è caratterizzata da almeno tre fattori di cambiamento.
Oltre alla sovrabbondanza, abbiamo un fenomeno di notevole riduzione del controllo sociale sull’alimentazione, a partire dal minore consumo domestico, che ha lasciato al singolo una scelta sempre più individualizzata, sia nei tempi che nella qualità.
Un altro cambiamento che è entrato nella vita di tutti è l’informazione: siamo raggiunti in continuazione da stimoli informativi sulle proposte alimentari, sulla qualità del cibo, sulle diete di tutti i tipi.
In questo contesto è inevitabilmente cambiato anche il rapporto psicologico con il cibo, sono cambiate le abitudini, i significati soggettivi e le risposte adattive.
E’ sempre più diffuso un rapporto di disagio con il cibo che è stato definito Alimentazione Emotiva.
Si parla a questo proposito anche di Fame Emotiva (o fame nervosa).
Di che cosa si tratta?
Come riconoscerla?
La sensazione di fame
La fame è un complesso processo neurobiologico che ruota attorno alla regolazione di glucosio nel sangue e al rilascio di ormoni che controllano l’appetito e la sazietà. Inoltre il cervello integra gli stimoli ricevuti dagli ormoni e dagli organi sensoriali (ad esempio la vista o l’odore del cibo) per produrre la sensazione di fame e di sazietà.
La fame Emotiva
La fame è anche una sensazione soggettiva.
Oltre ad essere un complesso processo fisiologico la fame è anche una sensazione soggettiva. La motivazione a cercare cibo può essere generata dai bisogni reali dell’organismo, che in questo modo ricerca ciò che gli è utile al mantenimento degli equilibri nutrizionali.
Ma può anche esserci una soggettività che non rispetta il reale bisogno dell’organismo.
In questo caso si mangia per noia, per desiderio e attrazione verso il piacere del cibo in bocca, per sollievo dalla tensione e dallo stress. Parliamo in questo caso di Fame Emotiva.
La voglia di cibo nasce qui come risposta ad uno stato emotivo e non da un bisogno nutrizionale.
Ma i segnali si confondono, non sono più distinguibili e inducono automaticamente alla ricerca di cibo. Nella fame emotiva, quindi, lo stimolo della fame non è più richiesta nutrizionale dell’organismo ma bisogno di conforto, di pausa piacevole, di gratificazione immediata. Mangiare è associato ad una sensazione di sollievo immediato.
Il mangiare emotivo spesso si presenta come una specie di auto-consolazione. Il cibo offre una specie di familiarità e di conforto.
La fame emotiva si presenta spesso in modalità che possono includere:
- Il desiderio improvviso e intenso di cibo; non c’è gradualità ma emerge di colpo e senza una causalità comprensibile (come può essere lo stimolo della fame a fine giornata lavorativa e dopo un pranzo leggero).
- Il desiderio ricorrente di cibo o in momenti specifici della giornata, come in certe ore serali o durante le pause
- Difficoltà a percepire un senso di sazietà soddisfacente. Si tende a rimanere con un senso di insoddisfazione, oppure l’appagamento ha durata breve.

Depressione
Mangiare Emotivo è sinonimo di Disturbo Alimentare?
Il Mangiare Emotivo non è la stessa cosa del Disturbo Alimentare. Mangiare per compensare le emozioni è molto diffuso. Quando diventa più intenso può portare al Disturbo Alimentare, dove si perde la capacità di controllare la quantità e la qualità del cibo consumato.
Come migliorare il rapporto con il cibo?
Spesso si cerca di risolvere il problema dell’Alimentazione Emotiva con diete molto drastiche o restrizioni che danno un temporaneo beneficio perché restituiscono un senso di ordine e di controllo sul cibo.
Questi risultati sono però destinati ad essere temporanei e ad essere seguiti dal ritorno del disagio e della conflittualità fino a quando non si inizia una nuova dieta. Senza mai trovare un equilibrio soddisfacente.
Ciò è dovuto al fatto che questa modalità non prende in considerazione e non affronta la causa principale che risiede nelle emozioni stesse. Ossia nel contatto con esse e nella capacità di viverle e di autoregolarle.
Alcune indicazioni che possono aiutare ed orientare
1.Assumere una prospettiva accogliente e flessibile verso se stessi
L’uso del cibo come regolatore delle emozioni è un comportamento acquisito inconsciamente, pertanto viene attivato automaticamente. Non si tratta di qualcosa di sbagliato o fallimentare a livello personale.
Inoltre, cosa anch’essa importante, la componente emotiva del cibo fa parte dell’essere umano. E’ nella nostra natura vivere talvolta il cibo come fonte di conforto e di appagamento intimo.
Ecco allora che non si tratta di togliere completamente al cibo la componente emotiva. Non solo questo non è possibile ma non sarebbe neppure veramente utile.
Uscire dalla prospettiva rigida e vedere in modalità più accogliente e flessibile è la prima risorsa necessaria, è la condizione per sviluppare risposte utili e per impegnarsi nella direzione di una maggiore consapevolezza e migliore autoregolazione emotiva.
2. Sviluppare una maggiore consapevolezza. E’ molto utile sviluppare la consapevolezza di ciò che ci accade. Ad esempio:
- Osservare come lo stimolo della fame si presenta, in quali circostanze e situazioni;
- Chiedersi se si tratta di un messaggio dell’organismo che ha bisogno reale di nutrimento o se invece si tratta di una richiesta di appagamento emotivo. Potremmo anche aiutarci con una semplice domanda “ora, in questo momento, mangerei un pasto completo ed equilibrato?”. Se la risposta è No vuol dire che si è attratti dal bisogno di cibi consolatori tipo dolci, snack salati o carboidrati.
3. Mangiare lentamente.
Anche questo è un aspetto molto importante perché produce maggiore consapevolezza, migliora il contatto con noi stessi e accresce le capacità di autoregolazione.
Siamo portati a pensare che il senso di sazietà sia immediato e che ci arrivi automaticamente quando consumiamo le quantità adeguate di cibo. Ebbene non è così. Il nostro funzionamento neurobiologico ha bisogno di tempo per trasmettere il senso di sazietà. Ci comunica il senso di sazietà dopo ben 20 (venti) minuti!
Ecco perché è fondamentale rallentare la masticazione e l’assunzione del cibo. E’ un’abitudine che va acquisita con l’esercizio. E’ una modalità che va messa in pratica con costanza anche se all’inizio può risultare difficile. Va posta l’attenzione sui sapori del cibo durante la masticazione, senza fretta di ingerirlo. Anziché cercare piacere nel boccone successivo (che determina una modalità veloce di mangiare) ci si sofferma sulle sensazioni e sul piacere della masticazione.
4. Valutare l’aiuto della Psicoterapia. Se si incontrano difficoltà o si sente il bisogno di ottenere maggiori risultati può essere molto utile chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta per avere maggiori strumenti di approfondimento e di cambiamento. Come detto sopra, la componente emotiva nel rapporto con il cibo ha un funzionamento inconscio, strutturato come risposta al disagio, radicato nella propria storia relazionale e affettiva. La psicoterapia permette di identificarne le dinamiche più profonde e di elaborare le strategie personali di cambiamento più durature nel tempo.
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La paura di sbagliare
La paura di sbagliare, di incorrere in errore, è una interferenza inibitoria che porta le persone ad evitare o a non impegnarsi in alcuni obiettivi o comportamenti.
Maggior parte delle persone non ama commettere errori ma alcune sono più sensibili agli errori rispetto ad altre.
La sensazione di non farcela, di non riuscire, di non essere all’altezza la conosciamo tutti. Sono vissuti in genere passeggeri.
Possono però presentarsi di intensità e durata diverse. In alcune persone possono condizionare le scelte personali, di studio e lavorative.
Quando raggiunge livelli molto alti diventa un vero e proprio disturbo, classificabile come “fobia” e prende il nome di “Atelofobia”. Dal grco atelès “imperfetto, incompleto” e phobos “paura”, è la paura di non sentirsi all’altezza, di “non essere abbastanza”.
Alla base della paura di sbagliare c’è, di frequente, un tratto personale “perfezionista” che rende intolleranti alla fallibilità, sia in se stessi che nelle persone più vicine a livello affettivo.
Spesso le persone che sono portatrici della paura di sbagliare non ne sono consapevoli e l’adattamento che hanno fatto a questa paura è tale da non rendersi conto delle limitazioni che subiscono nell’espressione di se stesse e delle proprie potenzialità.
Gli evitamenti possono riguardare infatti tanto la vita relazionale, affettiva, di coppia, quanto quella lavorativa.
In quest’ultimo caso le aspirazioni lavorative possono essere bloccate dall’evitamento di prove o tentativi di cui non si può accettare alcun esito negativo.
Il tratto Perfezionista è spesso alla base di questa paura
Il perfezionismo, che è spesso alla base della paura di sbagliare, è un tratto di personalità che rende vulnerabili e che obbliga ad un funzionamento ansioso perché il perfezionismo è caratterizzato da richieste verso se stessi molto alte e inflessibili.
Il problema sorge quando che il perfezionismo appare alla persona una cosa positiva in modalità costante e illimitata, una modalità di funzionamento che attraverso il perfezionismo ricerca sicurezza e senso di padronanza.
Questo non essere “mai abbastanza” implica una rigidità che tiene la persona sotto stress cronico e la obbliga a rincorrere uno stato di appagamento (perfezione) che nella realtà può essere solo perseguibile ma mai raggiungibile.
Allora, nel perfezionismo possiamo distinguere due forme:
- Perfezionismo positivo, adattivo. E’ una componente positiva della personalità, legata a una buona autostima. Permette la ricerca e il perseguimento di obiettivi gratificanti; permette organizzazione, espressione e appagamento personali.
- Perfezionismo negativo, disadattivo. E’ la tendenza a fissare obiettivi estremamente elevati e rigidi. Le persone vivono un senso di inadeguatezza e sperimentano spesso ansia, senso di inferiorità e scarsa fiducia in se stesse.
Nella nostra predisposizione c’è apertura naturale all’errore.
E’ proprio così: la nostra naturale predisposizione è quella dell’esplorazione e dell’apprendimento per prova ed errore.
Sin dall’inizio della vita, da neonati, lo sviluppo umano si basa su tentativi ed errori. Impariamo a camminare provando e sperimentando, i neonati cadono e si rialzano naturalmente.
Sono state studiate le sensibilità agli errori attraverso la risposta neurologica all’errore, cosa accade a livello neurofisiologico quando commettiamo un errore.
In tutti gli studi emerge che le persone che hanno maggiore sensibilità, cioè che hanno maggiore risposta negativa, risultano anche essere persone maggiormente ansiose.
Le persone che sono più ansiose tendono a vivere l’errore come un pericolo, una minaccia (Cavanagh & Shackman,2014; Meyer,2017; Weinberg et al.,2015). Immediatamente dopo un errore la risposta neurologica di minaccia è più forte nelle persone più ansiose.
L’importanza delle prime relazioni. Uno stile genitoriale severo è correlato a una forte sensibilità all’errore dei figli.
La sensibilità all’errore è stata studiata anche nei bambini. E’ stato verificato che l’ipersensibilità agli errori nei bambini è riconducibile alle interazioni con i genitori.
Quando i genitori stabiliscono interazioni più ostili e critiche con i propri figli nei primi anni di vita, è più probabile che i bambini sviluppino, negli anni successivi, livelli alti di negatività, di ipersensibilità rispetto agli errori.
Gli stessi bambini sviluppano nuovi disturbi d’ansia nel corso della crescita (G.H. Proudfit-Stony Brook University, 2014).
Influenza dei fattori sociali
Certamente la storia personale e le prime relazioni famigliari hanno un’importanza fondamentale sull’atteggiamento che sviluppiamo verso gli errori, sulla necessità di non sbagliare mai, sulle resistenze e sulle rigidità verso l’errore. Accanto a questi fattori ve ne sono altri di ordine sociale e culturale.
Il modo in cui la società percepisce gli errori influenza fortemente la reazione degli individui ad essi.
Se nelle scuole, negli ambienti sociali e di lavoro, gli errori sono visti come segnali di debolezza e la perfezione sollecitata e premiata, si crea una pressione che porta ad evitare gli errori a tutti i costi.
Cosa è utile a livello sociale
Alla luce di queste considerazioni, è utile:
- Creare ambienti favorevoli; sono quelli che incoraggiano la curiosità, la sperimentazione e che valorizzano gli errori.
- Creare spazi di discussione aperta degli errori; anziché esercitare l’inibizione degli errori creare spazi per renderli utili e produttivi.
- Adottare una mentalità più orientata alla crescita che alla prestazione. In cui le esperienze e le sfide sono vissute come opportunità e non come minacce.
- Favorire la comunicazione aperta. Quando le persone si sentono libere di parlare dei propri errori si liberano della paura e possono utilizzarli come esperienze per migliorarsi
- Essere da esempio. Le figure dei genitori, degli insegnanti, degli educatori, dei dirigenti a livello lavorativo, ogni figura di riferimento ha l’opportunità di trasmettere questa concezione dell’errore come parte naturale e umana, funzionale e non fallimentare. Qualunque figura che stimiamo può accrescere la nostra stima e trasmettere la sua sicurezza se è capace di ammettere i suoi errori, se è capace di riconoscerli apertamente. Questo comportamento incoraggia gli altri a fare lo stesso e a scoprire il potere naturale dell’autenticità.
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La base sicura: costruire relazioni solide
La ricerca e gli studi in ambito psicologico hanno da tempo dimostrato che le relazioni hanno il potere di influenzare la salute fisica e mentale.
Tutte le ricerche portano gli psicologi ad affermare che promuovere e rafforzare la qualità delle relazioni sociali è una priorità per il benessere del singolo e per la comunità.
I ricercatori affermano che la mancanza di relazioni sociali può essere mortale.
Una analisi di oltre 100 studi sul rischio di mortalità condotta da Julianne Holt-Lunstad, della Brigham Young University, e colleghi, rileva che la disconnessione sociale è molto dannosa per le persone, è dannosa quanto altri fattori come l’obesità, l’inattività fisica e il fumo https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1000316
Tuttavia dell’importanza delle relazioni si parla poco.
E’ fondamentale aumentare nelle persone la consapevolezza degli effetti benefici delle relazioni sulla qualità della vita e del peso che hanno sul rischio di malattia e di morte.
L’isolamento può essere provocato da una quantità di variabili, fisiche, economiche, lavorative; ad esempio, le possibilità di relazioni possono essere ridotte dal sopraggiungere di malattie, oppure dal pensionamento che priva dei contesti lavorativi, oppure può essere legato a restrizioni economiche importanti.
Ma gli impedimenti possono appartenere ad un livello più personale, a modalità e meccanismi interiori spesso sconosciuti alla persona stessa.
Ognuno di noi ha una complessità di variabili interne che può essere facilitante e permettere la creazione di relazioni buone ed appagamenti; oppure al contrario, possiamo avere dei filtri e degli automatismi che ci allontanano dalle relazioni.
Questo livello interno ha le sue radici nella nostra storia e nelle risposte adattive alle prime relazioni della nostra vita.
Le prime interazioni della vita influenzano la personalità adulta e le relazioni interpersonali
Veniamo al mondo vulnerabili e completamente dipendenti dagli adulti che ci proteggono e si prendono cura di noi.
La natura di queste prime relazioni influenza il nostro comportamento verso gli altri e la nostra visione del mondo durante tutto l’arco della nostra vita.
La qualità delle interazioni dei bambini con i genitori, in modalità complesse e sfumate, influenzano le relazioni in età adulta.
Quanto le relazioni più precoci abbiano un impatto enorme e duraturo sulle nostre vite è stato affermato a partire da Sigmund Freud.
Successivamente John Bowlby e M. Ainsworth hanno fatto specifici studi sull’attaccamento, su quella prima fase della vita in cui necessita una relazione intensa che rappresenti una vera e propria “base sicura” per il bambino.
Questi analisti hanno descritto le caratteristiche di questa prima fase e ne hanno anche colto le conseguenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni, del modo in cui le persone per tutto il resto della vita tendono ad affrontare le relazioni più strette.
Gli studi hanno rilevato che il tipo di interazione con le madri, all’inizio della vita, il modello interattivo originario che si è instaurato, viene riproposto nelle relazioni affettive e di coppia in tutto il corso della vita. Questi modelli sono stati da Bowlby semplificati e descritti come Stili di Attaccamento.
I ricercatori definiscono gli stili di attaccamento in base a due variabili, ciascuna determinata e plasmata dalle interazioni genitoriali principalmente nei primi due anni 2 di vita.
La prima è l’Ansia da attaccamento e la seconda è il livello di Evitamento.
A. L’Ansia da attaccamento misura il livello di fiducia nella disponibilità degli altri, delle persone a noi prossime. Le persone con un alto livello di ansia da attaccamento tendono ad avere timori più intensi di abbandono e maggiore bisogno di rassicurazione.
B. Il secondo fattore, l’Evitamento, riguarda quanto ci si sente a proprio agio nell’aprirsi agli altri e nel dipendere dal loro supporto. Chi ha un livello alto di Evitamento tende a credere di non poter contare sulle persone o di non potersi fidare di loro o di non avere bisogno di nessuno. Tende pertanto a non chiedere aiuto.
Una relazione con un alto livello di Ansia da attaccamento, con un alto livello di Evitamento o con entrambi, viene definita più INSICURA, mentre una relazione con bassi livelli sia di Ansia di attaccamento che di Evitamento è considerata SICURA.
In questo caso ci si sente vicini e aperti all’altra persona, si ha fiducia che ci sia e che possa esserci per noi.
Le persone con stile di attaccamento Sicuro sono a proprio agio con la vicinanza emotiva, con la fiducia negli altri e hanno un buon equilibrio tra intimità e indipendenza. Tendono anche a gestire i conflitti con fiducia e in modo costruttivo.
Al contrario, le persone con stile di attaccamento Ansioso hanno una ipersensibilità al rifiuto e un costante bisogno di rassicurazioni. Possono avere alti e bassi emotivi e possono interpretare eventi neutri come segnali di disinteresse o tradimento.
Le persone con stile di attaccamento Evitante tendono ad apprezzare e a praticare l’indipendenza rispetto all’intimità. Sono emotivamente distanti e a disagio con la vulnerabilità e con il bisogno degli altri.
La difficoltà di esprimere affetto può essere motivo di tensione relazionale.
Emergono, in sintesi, 4 diverse modalità di interazione negli adulti, 4 diversi stili di attaccamento:
- Attaccamento Sicuro. Implica che la persona si senta a suo agio nell’esprimere le proprie emozioni. Le persone con stile di attaccamento sicuro possono contare sui propri partner e a loro volta, lasciare che i partner facciano affidamento su di loro. Non cercano eccessivamente l’approvazione, la convalida esterna. Hanno un buon contatto con le proprie emozioni, possono gestirle con equilibrio e hanno lo stesso atteggiamento di apertura e fiducia verso quelle del partner.
- Attaccamento Insicuro Ansioso. Tendono ad avere una visione negativa di sé e una visione positiva degli altri. Tendono a sentirsi poco meritevoli e degni di amore. Temono profondamente l’abbandono e per alleviare questa paura di abbandono ricercano fortemente la sicurezza all’interno delle relazioni; cercano nella cura e nelle azioni del partner il rimedio a questa ansia. Questo può portare la persona ad essere estremamente richiedente ed esigente, preoccupata della relazione e alla ricerca disperata di rassicurazione sul fatto di essere amata. Pertanto spesso queste persone hanno un atteggiamento di ipervigilanza per scongiurare possibili eventuali minacce di perdita.
- Attaccamento Insicuro Evitante. Tendono ad avere una visione positiva di sé e negativa degli altri. Per questo preferiscono e proteggono un elevato senso di indipendenza e autosufficienza. La persona ad attaccamento evitante non vuole dipendere dagli altri, non vuole che gli altri dipendano da lui e neppure cerca supporto nei legami sociali. Evitano l’intimità e la vicinanza emotiva. Tendono a reprimere i propri sentimenti e ad evitare le relazioni quando l’altra persona tende ad essere più intima o dipendente.
- Attaccamento Insicuro Disorganizzato. Le persone con stile di attaccamento disorganizzato tendono ad oscillare tra i tratti dell’attaccamento ansioso e quello evitante, a seconda dell’umore e delle circostanze. Per questo motivo tendono a mostrare comportamenti confusi e ambigui nei propri legami sociali. Le persone con questo stile di attaccamento spesso hanno difficoltà ad identificare e regolare le proprie emozioni. Per la profonda paura di essere ferite tendono ad evitare forti legami emotivi. Da una parte, queste persone desiderano vicinanza e intimità ma dall’altra hanno grandi difficoltà a fidarsi e a dipendere dagli altri.
Tutti e tre gli stili di attaccamento Insicuri (Ansioso, Evitante e Disorganizzato) sono caratterizzati da difficoltà nel creare e mantenere relazioni e legami.
Le persone con un elevato livello di ansia da attaccamento hanno una vita emotiva turbolenta caratterizzata da emozioni negative intense e indifferenziate ( Mikulincer & Shaver, 2016). Tali emozioni negative possono anche prevalere e deteriorare le loro emozioni positive (Shaver e Mikulincer, 2008, Verhees et al., 2021).
Il risultato è una vita emotiva difensiva caratterizzata da una rigida esclusione delle emozioni, difficoltà a differenziarle e insensibilità ai segnali sociali positivi (Kajanoja et al., 202; Mikulincer e Shaver, 2019).
Come si sviluppano i vari tipi di attaccamento nell’infanzia?
Abbiamo detto che il modo in cui i genitori si comportano e si relazionano con i bisogni del proprio figlio costituisce la base del modo in cui il bambino si svilupperà e preparerà a vivere il mondo e le relazioni adulte.
Se la madre, o chi si prende cura della nuova vita, offre un riscontro ai suoi bisogni, un ambiente caldo e premuroso, una sintonia con i bisogni fisici ed emotivi, il bambino sviluppa un senso di sicurezza in se stesso e nell’ambiente, quello che contraddistingue lo stile di Attaccamento Sicuro.
Una mancata sintonizzazione, da parte dei genitori, con i bisogni fisici ed emotivi del bambino può portare ad uno stile di Attaccamento Insicuro.
Questa mancata sintonizzazione può anche non essere intenzionale, ma se produce frustrazione dei bisogni avrà un impatto sui processi relazionali e sulla fiducia del bambino verso l’esterno.
Un neonato comunica i propri sentimenti inviando segnali non verbali come il pianto, e altre espressioni corporee. In cambio, chi si prende cura di lui, legge e interpreta questi segnali rispondendo per soddisfare i bisogni del bambino di cibo, di cure, di rassicurazioni e di sentirsi in connessione emotiva.
Quando questa comunicazione ha successo si sviluppa quello che chiamiamo Attaccamento Sicuro.
Non serve il genitore perfetto
Naturalmente nessun genitore è perfetto e nessuno può essere presente sempre e pienamente.
Ma non serve la perfezione per stabilire un Attaccamento Sicuro in un bambino. La necessità di un bambino è quella di sentire che i suoi bisogni emotivi saranno soddisfatti in modo affidabile, non perfetto.
In questo senso D. Winnicott ha definito questa figura una “madre sufficientemente buona”.
Egli sosteneva che una madre sufficientemente buona fosse migliore di una madre perfetta. Winnicott sostiene che nessun bambino ha bisogno di un genitore perfetto. Gli infanti hanno invece bisogno di qualcuno che li ami.
All’inizio della vita, la madre sufficientemente buona è l’artefice della realizzazione del potenziale che è in ciascuno di noi. La natura e il potenziale che è in ogni individuo ha necessità di un’interazione favorevole (non perfetta) affinché possa realizzarsi.
L’utilità della psicoterapia
Nelle relazioni adulte, gli schemi acquisiti all’inizio della vita – gli stili di attaccamento attivati, tendono a ripresentarsi automaticamente, senza che la persona se ne renda conto.
Ciò conduce a circoli viziosi, incomprensioni e conflitti che si ripetono sempre ma non si risolvono mai.
C’è tuttavia un aspetto molto importante e positivo: gli stili di attaccamento non sono fissi e immutabili. Con interventi adeguati di psicoterapia gli individui possono spostarsi verso un modello di attaccamento più sicuro.
C’è una plasticità in ognuno di noi che permette di riattivare un processo di sicurezza a livello emotivo e neurobiologico.
Le psicoterapie, in special modo quelle psicodinamiche che tengono conto delle emozioni e dei principi che ne regolano lo sviluppo, aiutano i pazienti ad esplorare le proprie storie relazionali e ad identificare i nodi affettivi che hanno alterato la naturale predisposizione relazionale.
Nello spazio della psicoterapia è possibile:
- identificare gli stili di attaccamento messi in atto e i processi di distorsione;
- vivere, attraverso la relazione psicoterapeutica, una esperienza emotiva correttiva. E’ possibile rimodellare il mondo emotivo, riattivare stati interni di sicurezza e autoregolazione che permettono relazioni adulte più sicure e più appaganti.

La crisi di mezza età’: Cos’è veramente?
Le ricerche effettuate sui dati provenienti da paesi sviluppati (tra cui Inghilterra Stai Uniti, Francia, Australia) ci dicono che le persone di mezza età hanno una probabilità sproporzionatamente maggiore di soffrire di depressione, di diventare dipendenti dall’alcol, di avere difficoltà a dormire e di manifestare altri disturbi da stress.
Gli adulti tra i 40 e i 50 anni riferiscono inoltre di avere difficoltà a concentrarsi, di essere inclini a dimenticare le cose, hanno maggiore probabilità di soffrire di emicrania e di sentirsi più sopraffatti dal lavoro (The Mid-life crisis – Giuntella O, McManus S, Mujcic R, Oswald A, 2022) https://www.researchgate.net/publication/365396832_The_Midlife_Crisis.
Tutti i parametri misurati hanno seguito un andamento costante, con un picco tra la fine dei 40 e l’inizio dei 50 anni.
Sorprendentemente i dati mostrano che le persone di mezza età hanno il doppio della probabilità di essere depresse rispetto a chi ha meno di 25 anni e più di 65 anni.
La Crisi di mezza età non è una patologia
In realtà la crisi di mezza età non esiste come patologia. Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentale (DSM) dell’American Psychiatric Association non riporta questo disturbo in nessuna classificazione.
E allora, di cosa si tratta?
I ricercatori fanno ipotesi diverse su che cosa costituisca una crisi di mezza età.
Lo psicoanalista Elliot Jacques e altri, negli anni 60 del secolo scorso, hanno rilevato che il fenomeno tendeva a presentarsi nelle persone che non avevano ancora raggiunto i risultati che ritenevano di dover raggiungere.
Jacques riteneva che le crisi di mezza età colpisse di più quelle persone che nel mezzo dell’età non avevano raggiunto quegli obiettivi che culturalmente erano considerati positivi e soddisfacenti (es. matrimonio, figli, successo professionale).
Sarebbero le aspettative della società nei confronti delle persone ad esporre ai tratti distintivi della crisi di mezza età. Le persone che ad una certa età non avevano ancora raggiunto gli obiettivi ritenuti positivi e di successo dalla società, secondo Jacques erano quelle più a rischio di crisi.
Negli ultimi decenni molte cose sono cambiate. Il modello di vita prima prevedeva di crearsi una famiglia, di concepire figli in giovane età, di realizzare un lavoro stabile e redditizio.
Tutto questo non c’è più. Tutto è molto più elastico e aperto alle scelte personali. Il lavoro stabile e fisso non è più un obiettivo realistico e il concetto di successo lavorativo è molto più flessibile.
Possiamo scegliere, plasmare, cambiare il tipo di vita. La coppia e la famiglia sono scelte personali e flessibili nelle forme e anche nel tempo. Sono sempre meno le persone che si sposano, che hanno figli in giovane età e che hanno lavori della durata decennale.
Quello che viviamo nella mezza età (tra i 40 e i 60 anni) certamente richiede una diversa chiave di lettura.
Può essere un periodo impegnativo e difficile ma può anche essere un importante momento di crescita e di scoperta di sé.
Apertura verso il nuovo
Uno studio del 2016 pubblicato sull’International Journal of Behavioral Development ha rilevato un lato positivo della crisi di mezza età: la curiosità.
Le persone che stavano attraversando una crisi, che si trattasse di mezza età o di un quarto di vita, sperimentavano una maggiore curiosità verso se stessi e verso il mondo circostante.
L’angoscia e le incertezze portavano ad un’apertura verso nuove idee, che potrebbero portare a intuizioni e soluzioni creative. Potrebbero quindi aprire la strada a nuove opportunità.
In questo senso, la crisi di mezza età avrebbe una funzione, essere il passaggio verso qualcosa di positivo.
Nella crisi di mezza età, sull’insorgenza e sul decorso, entrano in gioco molti fattori personali. Tra questi ne evidenzio alcuni:
- Condizionamento di false credenze. Viviamo in una società in cui è diffusa la convinzione che la parte migliore della vita sia la giovinezza. Questa credenza può avere un peso, può influenzare il vissuto del presente e del futuro. Nella mezza età, intorno ai 40 – 45 anni, si potrebbe pensare che la vita peggiori, che la parte migliore sia già vissuta.
- Ricerca di Consapevolezza del presente. Nella parte centrale della vita si può fare un bilancio, si può fare il punto della situazione personale, delle scelte già fatte, di ciò che è soddisfacente e di ciò che non lo è. Questo processo interno spesso è impegnativo perché implica il superamento delle ambizioni e delle speranze giovanili, con la consapevolezza che certi obiettivi sentimentali e professionali non sono più raggiungibili.
- Cambiamento e perdita delle relazioni. Per molte persone la mezza età è un periodo in cui le relazioni e i ruoli cambiano. Alcuni potrebbero trovarsi ad affrontare una separazione di coppia. Altri potrebbero affrontare la malattia o la morte dei genitori. Altri ancora potrebbero vivere la crescita dei figli e la loro separazione dal nucleo famigliare. Potremmo anche trovarci a vivere contemporaneamente più situazioni di questo genere.
Alla luce di tutto ciò la mezza età è una fase rilevante e impegnativa della vita che tende ad un nuovo equilibrio e alla creazione di nuovi obiettivi, passando attraverso il superamento di sospesi e la ricerca di ciò che è veramente importante e possibile a livello personale.
Questo processo spesso difficile e doloroso può essere di grande importanza perché permette una nuova consapevolezza e un rinnovamento della vitalità, il ritorno a nuovi stimoli e al bisogno di cambiamento.
In questo senso la crisi di mezza età è una fase di “transizione”.
Questa fase, se adeguatamente affrontata e gestita, può portare a una profonda ridefinizione e crescita personale, può condurre ad una vita più appagante e più ricca.
Leggi TuttoL’abbandono delle vecchie identità spesso porta alla creazione di nuove parti e all’emergere di nuovi desideri e nuove espressioni di Sé.

Ansia e attacchi di panico: strategie quotidiane per gestirli
QUALE ANSIA?
L’Ansia è il primo disturbo, il più frequente tra i sintomi che ci affliggono nel nostro quotidiano.
C’è ansia ed ansia!
L’ansia normale, diciamo “buona” è un’emozione “utile” che ci permette l’adattamento.
Ci permette di elaborare soluzioni, ci consente di trovare strategie per affrontare situazioni nuove o importanti a livello personale. Pensiamo all’ansia che ci porta a prepararci bene ad un incontro, ad una prova di esame o ad una sfida lavorativa nuova.
E’ l’ansia che stimola, che aiuta a risolvere i problemi.
Tutt’altra cosa è l’ansia che non è più utile ad affrontare la realtà perché, al contrario, diventa un impedimento. Questa ansia “negativa” diventa un malfunzionamento, una interferenza che limita e condiziona la vita quotidiana.
L’ansia normale o “buona” diventa patologica quando è eccessiva e prolungata o inappropriata rispetto a ciò che l’ha generata.
Cosa succede a livello neurologico?
Quando siamo colpiti dall’ansia, a livello neurologico si sono attivati i centri che gestiscono la paura, che riconoscono situazioni pericolose e che predispongono l’organismo ad affrontarle nel modo più adeguato.
Tra le strutture neurali più importanti abbiamo l’Amigdala che ha un ruolo cruciale perché è il centro di allarme che elabora anche le risposte. Se l’amigdala è troppo sensibile reagisce in modo eccessivo, percepisce pericolo anche in assenza di pericolo reale.
E’ ciò che si sperimenta nei disturbi d’ansia acuta o negli attacchi di panico.
L’Amigdala è anche in contatto con l’Ippocampo (centro cerebrale della memoria) e con la Corteccia Cerebrale Prefrontale. Quest’ultima ha una funzione molto importante nell’elaborazione del pericolo reale e nella disattivazione dell’allarme rilevato dall’amigdala.
Quando avvertiamo uno stimolo sconosciuto le nostre capacità cognitive si attivano automaticamente alla ricerca di una causalità che ripristina lo stato di sicurezza.
Se ad esempio sentiamo la chiave girare nella nostra porta di casa possiamo subito spiegarlo ed associarlo al rientro di un famigliare. Se invece viviamo da soli e nessuno usa la nostra chiave quello stesso stimolo diventa un segnale di pericolo.
Quindi il riconoscimento dello stimolo fa cessare lo stato di allarme. E’ un processo importante ed evoluto di “autoregolazione”.
In questo processo di autoregolazione è necessario che l’amigdala funzioni in modo equilibrato ed è anche importante che i collegamenti tra essa e la corteccia prefrontale siano buoni e privi di interferenze.
Come rispondere se siamo assaliti dall’ansia?
Come gestire la situazione, cosa possiamo fare se siamo colti dai sintomi acuti dell’ansia?
Quando l’ansia è intensa ed eccessiva può causare sintomi fisici come l’aumento della frequenza cardiaca e la sudorazione. In alcune persone potrebbe esprimersi con un Attacco di Panico e presentarsi con:
- palpitazioni
- sudorazione
- tremito
- nausea
- senso di soffocamento
- mancanza di respiro
- vertigini
- formicolio alle dita
- ronzio nelle orecchie
- senso di disorientamento
Vediamo prima ciò che non è utile fare perché aumenta l’ansia o peggiora la situazione creando circoli viziosi negativi e sempre più difficili da risolvere.
NON è utile:
- Soffermare l’attenzione su come ci si sente, sulle sensazioni fisiche. Focalizzare ad es. il battito cardiaco o la sudorazione o qualunque alterazione fisica, produce un intensificarsi della tensione. Preoccupandosi di come ci si sente si alimenta l’ansia, si amplificano i sintomi e il malessere. Si entra in un circolo vizioso che fa sentire in trappola. La trappola sta proprio nel fatto di autoalimentare lo stato di sofferenza.
- cercare sollievo nell’uso di alcool, sigarette o droghe
- cercare la scomparsa istantanea e totale del malessere. Questa aspettativa mantiene attivo, conferma e rinforza lo stato di allarme e di pericolo
- evitare sempre e totalmente le situazioni che creano ansia. L’evitamento completo, con il passare del tempo, rende più insicuri e ansiosi
E’ utile:
- Rassicurarsi attraverso pensieri che riportano alla realtà e all’equilibrio
- Praticare esercizi di respirazione, lenta e addominale. La respirazione profonda ha un effetto calmante
- Affrontare gradualmente. Andare verso le situazioni che mettono ansia scegliendo quelle più sostenibili. E’ bene evitare le situazioni più difficoltose e praticare quelle che sono più facili da gestire. Procedere poi gradualmente: man mano che ci si sente più sicuri si possono affrontare altre situazioni che ormai non sono più estremamente temute ma accessibili.
- Il Movimento fisico. Corpo e Mente sono interconnessi. Il movimento è molto utile per alleviare l’ansia. Anche la semplice camminata o semplici esercizi di stretching possono essere di recupero dell’equilibrio. Il movimento fisico stimola la produzione di endorfine, serotonina e dopamina. Costituisce in tal modo un potente modulatore del sistema endocrino capace di riequilibrare gli ormoni. E’ una pratica che ha l’effetto rapido di risentirsi centrati e più sicuri.
La Psicoterapia: Il luogo della cura
Queste indicazioni possono essere molto utili per la gestione delle situazioni di ansia ma non rappresentano la soluzione del problema.
Risultati più importanti e duraturi richiedono un percorso di psicoterapia.
Il luogo della cura dei disturbi di ansia è quello della Psicoterapia. In questo contesto è possibile individuare il funzionamento più specifico e personale del processo ansioso.
E’ possibile incidere sui fattori generatori dell’ansia ed è possibile attivare (o riattivare) i processi interni di Autoregolazione.
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Il potere del sonno: pulizia mentale e benessere psicologico
Il sonno è lo spazzino della nostra mente
Sulle funzioni del sonno ho già scritto ma torno a scrivere perché le ricerche scientifiche sono ancora in gran parte da fare e in continuazione ci danno risultati sorprendenti e molto chiari sulla sua importanza nella nostra vita.
Non ci sono più dubbi sul fatto che il sonno sia per l’organismo e per la mente un’attività fondamentale. Un sonno di qualità e un sonno adeguato sono essenziali per la sopravvivenza e per il benessere quanto il cibo e l’acqua. Il corpo desidera dormire proprio come ha fame di cibo.
Mark Wu, esperto del sonno e neurologo della Johns Hopkins, afferma che durante il sonno il cervello è impegnato in “attività strettamente legate alla qualità della vita “.
Il sonno e il funzionamento del cervello e del corpo
Senza sonno non potremmo mantenere e sviluppare nuovi circuiti cerebrali che ci consentono la capacità di apprendere e di memorizzare. La carenza di sonno incide sulla concentrazione, ostacola la capacità di attenzione e anche la capacità di reagire rapidamente. Infatti, durante il sonno il cervello e il corpo rimangono straordinariamente in contatto tra loro. Le modalità in cui le cellule nervose (neuroni) comunicano tra di loro durante il sonno è ancora da scoprire ma le scoperte più recenti ci indicano che il sonno svolge una funzione di “pulizia”, rimuovendo dal cervello le tossine che si accumulano durante il giorno.
Il sonno è un processo complesso e dinamico che arriva ad influenzare ogni tipo di tessuto e funzione del corpo: dal cervello, cuore e polmoni al metabolismo, alla funzione immunitaria, all’umore e alla resistenza alle malattie. Ad esempio: anche poche notti di sonno insufficiente favoriscono meccanismi molecolari collegati a un maggior rischio di problemi cardiaci (lo studio condotto all’Università di Uppsala è pubblicato sulla rivista Biomarker Research).
Le ricerche indicano e confermano che la mancanza cronica di sonno, o un sonno di scarsa qualità, rende il corpo più vulnerabile e a rischio di problemi di salute come l’ipertensione, malattie cardiovascolari, diabete, depressione e obesità.
Le scoperte recenti: il sonno come riparazione e pulizia
Indagare sui processi biochimici che si attivano nel sonno è stato l’obiettivo di un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori di Shanghai guidati da Liu Danqian. Questo studio, pubblicato su Cell Metabolism a maggio 2025, toglie ogni dubbio ed è una conferma fondamentale del fatto che dormire e dormire bene sia biologicamente essenziale. Ora non ci sono più dubbi sul fatto che il sonno svolga una funzione riparatrice e di pulizia notturna del cervello.
Si è accertato che questo avviene attraverso l’eliminazione dei radicali liberi nocivi derivati dall’ossigeno che si accumula durante la veglia. I ricercatori hanno scoperto che, quando i livelli di H2 O2 aumentano nei neuroni che regolano il sonno, il cervello passa alla “modalità di riparazione “, inducendo un sonno ristoratore. L’accumulo eccessivo di questi radicali liberi compromette la qualità del sonno e provoca infiammazioni. Liu Danqian afferma che la regolazione omeostatica del sonno è fondamentale e ha indagato cosa spinge il corpo a dormire e a tornare all’omeostasi.
Per la prima volta è stato delineato completamente il funzionamento specifico di una molecola nel cervello. L’ipotesi era già stata formulata nel 1994 dal patologo E. Reimund. La sua idea era che i radicali liberi che si accumulano nel cervello durante la veglia potessero essere uno dei segnali che innescano il sonno e che il sonno servisse ad eliminare i radicali liberi in eccesso. I ricercatori cinesi hanno lavorato per 5 anni su questa ipotesi e l’hanno confermata. I radicali liberi sono molecole prodotte da numerosi fattori, come i normali processi metabolici, l’inquinamento e il fumo di tabacco.
Poiché se si accumulano possono danneggiare il DNA cellulare sono considerate molecole dannose e responsabili di varie malattie. Molto altro del sonno e dei sogni deve essere ancora scoperto dai ricercatori ma quel che è chiaro ad oggi è sufficiente per indirizzarci alla massima cura e attenzione verso il nostro sonno. Altro che tempo sottratto alla vita!
Concludo con una piacevole constatazione: la ricerca scientifica è molto precisa e necessariamente lenta ma la sensibilità umana e la saggezza popolare spesso la anticipano in modo sorprendente.
Eccone alcuni esempi:
Henri Federic Amiel
“Il sonno è una specie di innocenza e di purificazione”
Friedrich Nietzsche
“Onorate e rispettate il sonno! Questa è la prima cosa!”
John Steinbeck
“È esperienza comune che un problema difficile la sera si risolva la mattina, dopo che il comitato del sonno ci ha lavorato sopra”
Proverbio italiano
“La notte porta consiglio”
Proverbio irlandese
“Una bella risata e un lungo sonno sono le migliori cure nel libro del medico”
Riferimenti bibliografici
Mark Wu – The Science of Sleep: Understanding What Happens When You Sleep
Liu Danqian – Hydrogen peroxide in midbrain sleep neurons regulates sleep homeostasis
Articolo scritto dalla Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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La Psicoterapia fa molto bene a tutti. Ecco perché
Il benessere psicologico: un cambiamento culturale
La consapevolezza dell’importanza di stare bene a livello psicologico, mentale, interiore, è cambiata molto negli ultimi decenni. Questo è molto positivo. In passato vedere uno/a psicoterapeuta era vissuto dalle persone come superfluo, inutile…o imbarazzante e indicativo di un problema personale grave. Ora queste idee distorte non sono del tutto superate ma c’è indubbiamente più apertura rispetto alla cura del proprio benessere interno e alla richiesta di aiuto per perseguirlo.
Il contributo della ricerca scientifica
A questo cambiamento hanno dato forte impulso i risultati della ricerca scientifica. Le scienze psicologiche infatti, a partire dagli anni ’70, hanno approfondito l’importanza del benessere soggettivo, inteso come piacere e benessere personale legato a sensazioni ed emozioni positive. L’attenzione degli studiosi si è focalizzata sui fattori che promuovono le potenzialità, la realizzazione personale e lo sviluppo dell’individuo.
L’assenza della malattia non equivale ad un buon funzionamento. Non basta più occuparsi della malattia e della sua cura, perché l’assenza della malattia non coincide con uno stato di salute psicologica.
Il concetto di benessere mentale è ampio e si riferisce a uno stato che coinvolge un completo benessere psicologico ed emozionale che è definito da emozioni piacevoli, da un funzionamento fluido ed efficiente e da un senso di appagamento della vita.
La ricerca ha rilevato ad esempio che le persone che hanno un’aspettativa positiva nei confronti del futuro, che credono nella possibilità di raggiungere risultati positivi (ottimismo) sono più protette e meno soggette a stati di ansia, hanno una migliore qualità della vita e tendono a vivere più a lungo. Sono centinaia gli studi che confermano l’incidenza del benessere psicologico sul funzionamento organico, sulla maggior protezione dalle malattie e sulla migliore ripresa da situazioni di malattia e di criticità.
La psicoterapia come sviluppo delle risorse
Allora diventa importante occuparsi dello sviluppo delle potenzialità, delle risorse insite nella persona, degli aspetti funzionali e delle abilità (a partire dal potenziale) fino alle più soddisfacenti espressioni. La psicoterapia allarga gli orizzonti: oltre alla cura della sofferenza e della malattia essa diventa anche strumento per sviluppare le risorse positive dell’individuo e della comunità.
I benefici della psicoterapia che sono stati rilevati scientificamente riguardano tutta la sfera del funzionamento psicologico. Possono essere estremamente sintetizzati in “utili a vivere meglio” perché permettono di sviluppare:
- maggiore capacità di affrontare e superare situazioni sfavorevoli o critiche;
- flessibilità e capacità di gestire lo stress in modo da affrontare adeguatamente gli ostacoli e le sfide della vita;
- la capacità di autoregolazione emotiva. L’autoregolazione emotiva è per esempio la capacità di calmarci quando siamo sopraffatti o sollecitati da un eccesso di emozioni;
- maggiore autostima; sollecita il riconoscimento delle proprie parti positive e rafforza la fiducia nelle proprie capacità;
- la consapevolezza di se stessi; permette di avere più chiarezza delle proprie parti, dei propri bisogni e delle proprie attitudini;
- il livello di piacere e di soddisfazione della vita, anche quando le prove sono dure e impegnative.
Dott.ssa Rita Gagliardi
Psicologa Psicoterapeuta
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