Alimentazione emotiva da fame nervosa
I comportamenti alimentari e il rapporto psicologico con il cibo rappresentano anche il momento storico e i processi socio-culturali che lo caratterizzano.
Il gusto è sempre un fatto sociale, interconnesso agli stili di vita e ai valori che ogni epoca storica rappresenta. In questo senso dobbiamo rilevare che il rapporto con il cibo è cambiato drasticamente nell’ultimo secolo.
L’accessibilità al cibo legata allo sviluppo industriale ha reso disponibile quantità e varietà di cibi come mai nella storia. Abbiamo alimenti di tutti i tipi nei supermercati, piatti pronti per essere consumati ovunque.
La natura industriale del cibo incide naturalmente sul valore e sulla qualità del cibo. Ma incide anche sui fattori personali e psicologici.

Disturbi Alimentari
Un tempo non c’era sicurezza di disponibilità del cibo. Non era garantito il raccolto e neppure erano garantite le quantità sufficienti per l’intero anno.
Per questo il cibo aveva una importanza molto diversa da quella che ha oggi.
Il valore che aveva per il singolo e per l’intera famiglia portava ad averne cura e attenzione. Molto tempo era dedicato alla cucina e alle procedure di conservazione, sia delle carni che delle verdure e della frutta. Il valore del cibo era anche nella socialità e nella condivisione, assumeva spesso in famiglia un significato affettivo e nelle relazioni aveva anche i significati di ospitalità, di accoglienza e di generosità.
La situazione attuale è molto diversa ed è caratterizzata da almeno tre fattori di cambiamento.
Oltre alla sovrabbondanza, abbiamo un fenomeno di notevole riduzione del controllo sociale sull’alimentazione, a partire dal minore consumo domestico, che ha lasciato al singolo una scelta sempre più individualizzata, sia nei tempi che nella qualità.
Un altro cambiamento che è entrato nella vita di tutti è l’informazione: siamo raggiunti in continuazione da stimoli informativi sulle proposte alimentari, sulla qualità del cibo, sulle diete di tutti i tipi.
In questo contesto è inevitabilmente cambiato anche il rapporto psicologico con il cibo, sono cambiate le abitudini, i significati soggettivi e le risposte adattive.
E’ sempre più diffuso un rapporto di disagio con il cibo che è stato definito Alimentazione Emotiva.
Si parla a questo proposito anche di Fame Emotiva (o fame nervosa).
Di che cosa si tratta?
Come riconoscerla?
La sensazione di fame
La fame è un complesso processo neurobiologico che ruota attorno alla regolazione di glucosio nel sangue e al rilascio di ormoni che controllano l’appetito e la sazietà. Inoltre il cervello integra gli stimoli ricevuti dagli ormoni e dagli organi sensoriali (ad esempio la vista o l’odore del cibo) per produrre la sensazione di fame e di sazietà.
La fame Emotiva
La fame è anche una sensazione soggettiva.
Oltre ad essere un complesso processo fisiologico la fame è anche una sensazione soggettiva. La motivazione a cercare cibo può essere generata dai bisogni reali dell’organismo, che in questo modo ricerca ciò che gli è utile al mantenimento degli equilibri nutrizionali.
Ma può anche esserci una soggettività che non rispetta il reale bisogno dell’organismo.
In questo caso si mangia per noia, per desiderio e attrazione verso il piacere del cibo in bocca, per sollievo dalla tensione e dallo stress. Parliamo in questo caso di Fame Emotiva.
La voglia di cibo nasce qui come risposta ad uno stato emotivo e non da un bisogno nutrizionale.
Ma i segnali si confondono, non sono più distinguibili e inducono automaticamente alla ricerca di cibo. Nella fame emotiva, quindi, lo stimolo della fame non è più richiesta nutrizionale dell’organismo ma bisogno di conforto, di pausa piacevole, di gratificazione immediata. Mangiare è associato ad una sensazione di sollievo immediato.
Il mangiare emotivo spesso si presenta come una specie di auto-consolazione. Il cibo offre una specie di familiarità e di conforto.
La fame emotiva si presenta spesso in modalità che possono includere:
- Il desiderio improvviso e intenso di cibo; non c’è gradualità ma emerge di colpo e senza una causalità comprensibile (come può essere lo stimolo della fame a fine giornata lavorativa e dopo un pranzo leggero).
- Il desiderio ricorrente di cibo o in momenti specifici della giornata, come in certe ore serali o durante le pause
- Difficoltà a percepire un senso di sazietà soddisfacente. Si tende a rimanere con un senso di insoddisfazione, oppure l’appagamento ha durata breve.

Depressione
Mangiare Emotivo è sinonimo di Disturbo Alimentare?
Il Mangiare Emotivo non è la stessa cosa del Disturbo Alimentare. Mangiare per compensare le emozioni è molto diffuso. Quando diventa più intenso può portare al Disturbo Alimentare, dove si perde la capacità di controllare la quantità e la qualità del cibo consumato.
Come migliorare il rapporto con il cibo?
Spesso si cerca di risolvere il problema dell’Alimentazione Emotiva con diete molto drastiche o restrizioni che danno un temporaneo beneficio perché restituiscono un senso di ordine e di controllo sul cibo.
Questi risultati sono però destinati ad essere temporanei e ad essere seguiti dal ritorno del disagio e della conflittualità fino a quando non si inizia una nuova dieta. Senza mai trovare un equilibrio soddisfacente.
Ciò è dovuto al fatto che questa modalità non prende in considerazione e non affronta la causa principale che risiede nelle emozioni stesse. Ossia nel contatto con esse e nella capacità di viverle e di autoregolarle.
Alcune indicazioni che possono aiutare ed orientare
1.Assumere una prospettiva accogliente e flessibile verso se stessi
L’uso del cibo come regolatore delle emozioni è un comportamento acquisito inconsciamente, pertanto viene attivato automaticamente. Non si tratta di qualcosa di sbagliato o fallimentare a livello personale.
Inoltre, cosa anch’essa importante, la componente emotiva del cibo fa parte dell’essere umano. E’ nella nostra natura vivere talvolta il cibo come fonte di conforto e di appagamento intimo.
Ecco allora che non si tratta di togliere completamente al cibo la componente emotiva. Non solo questo non è possibile ma non sarebbe neppure veramente utile.
Uscire dalla prospettiva rigida e vedere in modalità più accogliente e flessibile è la prima risorsa necessaria, è la condizione per sviluppare risposte utili e per impegnarsi nella direzione di una maggiore consapevolezza e migliore autoregolazione emotiva.
2. Sviluppare una maggiore consapevolezza. E’ molto utile sviluppare la consapevolezza di ciò che ci accade. Ad esempio:
- Osservare come lo stimolo della fame si presenta, in quali circostanze e situazioni;
- Chiedersi se si tratta di un messaggio dell’organismo che ha bisogno reale di nutrimento o se invece si tratta di una richiesta di appagamento emotivo. Potremmo anche aiutarci con una semplice domanda “ora, in questo momento, mangerei un pasto completo ed equilibrato?”. Se la risposta è No vuol dire che si è attratti dal bisogno di cibi consolatori tipo dolci, snack salati o carboidrati.
3. Mangiare lentamente.
Anche questo è un aspetto molto importante perché produce maggiore consapevolezza, migliora il contatto con noi stessi e accresce le capacità di autoregolazione.
Siamo portati a pensare che il senso di sazietà sia immediato e che ci arrivi automaticamente quando consumiamo le quantità adeguate di cibo. Ebbene non è così. Il nostro funzionamento neurobiologico ha bisogno di tempo per trasmettere il senso di sazietà. Ci comunica il senso di sazietà dopo ben 20 (venti) minuti!
Ecco perché è fondamentale rallentare la masticazione e l’assunzione del cibo. E’ un’abitudine che va acquisita con l’esercizio. E’ una modalità che va messa in pratica con costanza anche se all’inizio può risultare difficile. Va posta l’attenzione sui sapori del cibo durante la masticazione, senza fretta di ingerirlo. Anziché cercare piacere nel boccone successivo (che determina una modalità veloce di mangiare) ci si sofferma sulle sensazioni e sul piacere della masticazione.
4. Valutare l’aiuto della Psicoterapia. Se si incontrano difficoltà o si sente il bisogno di ottenere maggiori risultati può essere molto utile chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta per avere maggiori strumenti di approfondimento e di cambiamento. Come detto sopra, la componente emotiva nel rapporto con il cibo ha un funzionamento inconscio, strutturato come risposta al disagio, radicato nella propria storia relazionale e affettiva. La psicoterapia permette di identificarne le dinamiche più profonde e di elaborare le strategie personali di cambiamento più durature nel tempo.
Leggi Tutto